Videointervista a Simone Cristicchi: sensibilità e ironia in un’anima sola

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‘Backstage interviews’ raccoglie le videointerviste ai musicisti dell’undicesima edizione del Festival Acoustic Franciacorta 2014.

In questa puntata abbiamo incontrato Simone Cristicchi, uno dei grandi nomi della musica italiana, vincitore del Festival della Canzone Italiana di Sanremo nel 2007 con Ti regalerò una rosa e di numerosi altri premi. Ci ha svelato i dettagli della sua carriera musicale e teatrale.

Visualizza la ‘Music Wall Photo Gallery‘ del suo concerto presso il Sagrato della Pieve di S. Andrea a Iseo (Brescia, 29 Agosto 2014).

Tutti i filmati delle interviste e dei concerti li trovate sul canale YouTube MUSIC WALL TV . Stay Tuned!

Music Wall ha l’onore di incontrare Simone Cristicchi, uno dei grandi nomi della musica italiana. Ciao Simone.
Ciao a tutti.

Sei un artista a tutto tondo, come dicevi anche prima al concerto ti sei occupato di fumettistica e ovviamente ti occupi di songwriting, teatro e letteratura. Nel 2011 sei stato anche conduttore radiofonico di Radio2 nel programma Meno male che c’è Radio2. Quale relazione ha la tua musica con le altre arti con le quali sei entrato in contatto?
La musica per me è stata una sorta di terremoto che mi ha aperto delle strade insospettabili. Ho avuto l’occasione, la fortuna e il privilegio di frequentare altri percorsi tra cui quello letterario, quello teatrale e quello delle arti visive con dei documentari. In tutto questo c’è al centro sempre la parola e soprattutto la memoria. Credo molto nella memoria come uno strumento che ci serve oggi per riuscire a decifrare questo mondo in cui viviamo. Di conseguenza i miei libri, i miei spettacoli e le mie canzoni ad un certo punto sono diventate un tutt’uno e si sono trasformate in quello che io ho definito il ‘musical civile’; una sorta di teatro civile che si sposa con gli ingredienti tipici del musical, la canzone appunto, l’orchestra, il coro e le immagini. Tutto questo è confluito nell’ultimo spettacolo Magazzino 18, che credo sia per me un punto di arrivo e anche un punto di partenza.

I tuoi testi sono molto densi di significato. Come hai appena detto, attribuisci molta importanza alla parola. Quale significato ha per te la parola nel mondo attuale dinanzi a questo continuo sviluppo dei social network e quindi della comunicazione? La parola ha cambiato in qualche modo il suo ruolo?
Sì, diciamo che nel mondo in cui viviamo siamo sommersi dalle parole e dalle informazioni, quindi io sono sempre, non dico andato contro corrente, ma sono sempre partito dai silenzi, da tutte quelle cose che non sono state raccontate, cercando di riempire questi silenzi con dei racconti, con delle parole, con delle testimonianze, con dei suoni. Ovviamente per me la parola è alla base di tutto il mio lavoro, detto questo, sì, posso avere dei progetti, degli spettacoli particolarmente impegnati, per quello che significa questo termine, però chi mi conosce, chi conosce bene i miei album e i miei spettacoli sa benissimo che cerco di mescolare come un alchimista il lato ironico e il lato più emozionante e poetico in un unicum: è questo quello che riesco a fare sul palco… che piaccia o no, sono il frutto di queste due anime, di questa fusione, schizofrenia che porta il mio nome.

Music Wall.net Cristicchi 1

Hai pubblicato una serie di dischi con l’etichetta Sony. In ogni artista c’è sempre una crescita musicale all’interno della discografia. Che ne pensi della tua evoluzione musicale? Consideri ogni disco una fase della tua vita e della tua maturità artistica?
Sì, diciamo che il primo album [Fabbricante di canzoni] che risale ormai al 2006 lo definirei un best, quello che si pubblica dopo circa vent’anni di un artista, cioè il meglio che viene raccolto in un unico disco e che nel mio caso, come in quello di tanti altri miei colleghi, è il primo disco: il meglio di quello che si è scritto in dieci anni di gavetta, di fatica che si è fatta per arrivare alla pubblicazione del primo disco. Poi, ovviamente ogni disco, come hai detto tu, si rispecchia nel momento in cui lo hai prodotto, lo hai scritto, lo hai inventato. Il secondo Dall’altra parte del cancello ha questo marchio molto forte di quello che è stato il mio percorso nella memoria del manicomio. Dall’altra parte del cancello è anche il titolo di una canzone di Gaber che parlava appunto dei matti e del manicomio. Grand Hotel Cristicchi, il mio terzo disco, potremmo definirlo come una sorta di hotel con più stanze, dove in ogni stanza alberga, abita un personaggio diverso; quindi ogni stanza racconta una storia. Si approda poi a una dimensione più intima, dove ho abbandonato quasi completamente la chitarra per sposare il pianoforte. Componendo al pianoforte sono nate delle melodie e delle canzoni che non avevano alcun bisogno di musica elettronica o di rap per arrivare; probabilmente l’ascolto della musica degli anni sessanta italiana ha influito molto nella realizzazione di queste nuove canzoni. Album di famiglia è quindi un album di fotografie, un po’ come lo era l’album precedente, però un album di fotografie molto intime. L’album è stato registrato dentro la mia casa, quindi ha in qualche modo assorbito l’atmosfera della famiglia e ogni canzone è nata in maniera molto istintiva e credo che al momento sia il disco che mi rappresenti meglio.

Ti abbiamo visto più volte al Festival della Canzone Italiana di Sanremo: hai calcato quel grande palco nel 2006 con il brano Che bella gente (scritto con la collaborazione di Simona Cipollone), nel 2007 con Ti regalerò una rosa, con il quale hai vinto l’edizione oltre al Premio della Critica e il Premio Radio TV. Nel 2010 ti abbiamo rivisto al festival con Meno Male e nel 2013 con Mi manchi e La prima volta che sono morto. Ogni volta deve essere stata una grande emozione. Qual è il ricordo che hai nel cuore?
Il ricordo, posso dire, più bello è stato vincere il Festival nel 2007 perché capita poche volte nella carriera; a volte non capita nemmeno. Vincere il Festival, ma soprattutto vincerlo con una canzone come quella. Ti regalerò una rosa è un pezzo che ancora oggi, quando lo suono sul palco, mi emoziona molto, perché si porta dietro un bagaglio di emozioni, di brividi, di storie che ho ascoltato con le mie orecchie; si porta dietro quella sedia gialla sulla quale poi salivo alla fine per mimare quel volo.
Il ricordo più bello del Festival è quello; anche perché poi, dopo la vittoria al Festival, ho acquisito una grande popolarità che mi ha permesso a sua volta di inventarmi un percorso folle che non avesse dei paletti. Infatti da lì in poi ho cominciato a frequentare il teatro, ad occuparmi di musica popolare, ho pubblicato un nuovo documentario…; insomma se non avessi avuto quella vittoria, quella popolarità, probabilmente avrei faticato molto di più per realizzare gli stessi progetti. Oggi posso dire grazie a quel Sanremo, grazie a quella canzone di vivere ancora oggi dopo tanti anni di questo meraviglioso mestiere.

Parlando appunto di Ti regalerò una rosa, dicevamo che è un brano molto toccante. Mi piacerebbe analizzarlo con te da un punto di vista prettamente musicale: l’intro si apre con il Emin che presenta al canto un mi che fa il salto d’ottava discendente, seguito da un arpeggio che sale per terminare nella nota di partenza, con questa struttura segue la settima, poi il Emin6, nuovamente la triade che passa al IV grado Amin, poi VI con la triade di C che poi termina con la cadenza perfetta V-I con un B7 che risolve sul Emin. Hai scelto anche una tonalità minore nell’intro per descrivere le emozioni di ciò che era drammatico e triste. Mi ha colpito in particolare la scelta di iniziare subito dopo il giro dell’intro con il ritornello, hai già dato tutto all’inizio. Raccontaci com’è nato il pezzo.
Se posso dire, se c’è una cosa che mi caratterizza nel mio repertorio è proprio questa: scomporre la struttura della canzone. Ci sono altri brani che cominciano con il ritornello e poi proseguono con la prima strofa, per poi ricantare per la seconda volta il ritornello. Probabilmente è una firma, il mio stile. Ti regalerò una rosa è uno dei pezzi che ho scritto con una maggiore velocità: in 40 minuti sono riuscito a scrivere questo brano. Probabilmente mi serviva questo pezzo per scaricare tutte le emozioni che avevo vissuto in questo viaggio negli ex manicomi. Quando mi sono trovato a scrivere il brano che doveva chiudere il documentario Dall’altra parte del cancello (prima era un documentario, poi è diventato un disco) è uscita fuori una valanga di parole, di rime, di immagini che si sono trasformate in canzone. Ancora oggi non so spiegare come succeda che un artista riesca a fare una cosa del genere; è una magia che accade poche volte nella carriera di un artista. Posso dire che oggi non cambierei nemmeno una virgola di questo brano e continuo a farlo così.

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Sei solito scrivere prima i testi o le melodie?
Io parto spesso dai titoli. Secondo me nel titolo si deve già racchiudere tutto quello che vai a raccontare. L’ultimo valzer è un racconto, una canzone che parla di un amore nato all’interno di una casa di risposo, di un ospizio. Anche Studentessa universitaria; già nel titolo capisci cosa vado a raccontare. Quindi parto spesso dal titolo, da qualche immagine folgorante che mi colpisce e che poi mi vado ad appuntare e mi ricordo e dopo nasce la canzone, a volte con grande fatica, altre volte invece con grande fluidità e scioltezza.

Negli ultimi anni hai dedicato un’attenzione particolare al tragico periodo storico della Seconda Guerra Mondiale. Con Mio nonno è morto in guerra hai messo in scena 14 storie di piccoli eroi quotidiani. E’ uscito anche un libro edito dalla Mondadori. Tieni vivo quindi il ricordo di questa tragedia. Pensi che i giovani italiani dovrebbero guardare un po’ più al nostro passato?
Secondo me il passato può essere uno strumento per capire cosa è successo prima che noi venissimo al mondo. Questo qualcosa può insegnarci a decifrare, a sviscerare quello che è il nostro presente. Detto questo, le mie ricerche nel campo della memoria, del ricordo sono sempre molto mirate all’emotività e all’emozione dell’uomo. Le mie ricerche, i miei racconti e gli spettacoli hanno sì un valore didattico, ma mettono al centro soprattutto l’emozione che è un qualcosa che non ha età o periodo storico di riferimento. Ovviamente noi non siamo un popolo in guerra in questo momento, però, in un certo senso, viviamo una guerra di comunità; siamo spinti sempre di più verso un individualismo che ci chiude verso l’altro e genera guerre; la famosa guerra fra poveri che si sta verificando ora è comunque una guerra. La storia della Seconda Guerra Mondiale ci insegna che nei momenti più bui, più brutti, l’uomo riesce a tirare fuori la verità del suo animo. La verità dell’animo dell’uomo è buona; è una verità che fa del bene; è solidale con gli altri. Quindi probabilmente se c’è una verità e un senso di questi ricordi, che poi io vado a raccogliere, è perché io sono soltanto un tramite, non mi reputo un autore in quel senso: io raccolgo le storie, le scrivo in modo che gli altri le possano comprendere; se c’è un vero senso è quello, quello di generare una coscienza civile in chi ascolta quelle storie, per non dimenticarle e per fare in modo che tutto quello che è avvenuto non possa avvenire mai più.

Puoi darci qualche anticipazione riguardo ai prossimi progetti?
Ho in cantiere una tournée lunghissima di Magazzino 18 che è questo mio ultimo lavoro dedicato all’esodo degli istriani; uno spettacolo che ha avuto molta fortuna quest’anno con 52 repliche e più di 35.000 spettatori. I primi di settembre andrò a presentarlo in America e in Canada, dopodiché tornerò in Italia e ripartirò proprio da Trieste, da quella città che tanto ha patito questo evento storico, l’esodo. Quindi Magazzino 18 è al centro di questo mio prossimo anno, 2015, dove mi prenderò anche il tempo per pensare, per scrivere nuovi progetti, che siano essi teatrali o musicali, perché procedono parallelamente questi due percorsi, quello del teatro e quello della musica, ma a me piace farli incontrare in uno spettacolo unico. Sarò a Brescia il 24 e il 25 febbraio al Teatro Sociale per due repliche. Spero che questo percorso duri ancora a lungo e che possa avere l’opportunità di raccontare anche tante altre storie.

Vuoi lasciare un messaggio ai tuoi fan e ai nostri lettori?
Il mio messaggio è: mantenetevi sempre curiosi; abbiate curiosità; andate in fondo nelle cose; non basatevi soltanto sull’apparenza, perché c’è un tesoro nascosto in ognuno di noi e negli altri soprattutto. E noi, piccoli minatori, amiamo discendere in queste gallerie dell’umanità e riportare alla luce delle storie come se fossero delle gemme preziose.

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