Patti Smith: Horses e il ruggito della tigre

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La sacerdotessa del rock celebra con un tour i 40 anni di Horses. Il suo live al Vittoriale degli italiani

A una certa età non ci si pone più limiti, si può fare tutto…soprattutto se ci si chiama Patti Smith!

Così anche i rigidi cipressi del Vittoriale tremano come non avremmo mai sperato. Tutte le regole vengono infrante con naturalezza, tutti trascinati dalla sacerdotessa del rock. Lei non racconta, lei dice, lei vive, lei te lo butta addosso. Strappa le corde della sua Stratocaster. Una a una. Con le mani. Gridando: queste sono le armi della mia generazione!

Ma facciamo un passo in dietro. È una tranquilla e calda serata estiva infrasettimanale, martedì 28 luglio per la precisione. Patti Smith ha passeggiato per ore scattando fotografie nei giardini del Vittoriale degli italiani, suggestiva villa in cui il poeta Gabriele d’Annunzio ha trascorso gli ultimi anni della sua vita. Puntualissima sale sul palco dell’anfiteatro nato nei primi del novecento per volere del poeta: un vero e proprio salotto all’aperto che guarda con un occhio alle acque del Lago di Garda, con l’altro ai cipressi. C’è ancora luce e i lunghi capelli bianchi della cantante si muovono e danzano insieme alle sue braccia sottili che portano il segno dell’età. Si presenta: ciao a tutti sono felice di essere di nuovo qui. Il pubblico risponde educato con un applauso.

Giungono i tocchi di pianoforte che scandiscono i primi accordi di Gloria. E subito lei canta come solo lei sa fare:  in equilibrio tra il menefreghismo e la perfezione. La sua voce ha perso quelle poche venature chiare che poteva avere da ragazza, ma è proprio la sua, ugualmente intensa, ugualmente puntuale, ugualmente “sporca” e intensa. Elegantemente rotola e commuove e ti divora. Ha inizio così, con quasi mezzo secolo di deelay Horses. Tutti i brani del disco, dal primo all’ultimo, tutti in ordine, 40 anni dopo. Sul palco c’è la storia del rock che parla, suonata alla perfezione da chi, nel 1975, ha scritto il passaggio tra due epoche. C’è la donna selvaggia con i suoi cavalli pazzi a suonare live quel suo primo disco, dopo decenni di palchi divorati. C’è la donna selvaggia che canta e ruggisce con la grazia assassina di una tigressa affamata di libertà: eat eat! Insieme a lei Tony Shanahan (basso), Lenny Kaye (chitarra), Jay Dee Daugherty (batteria) e Jack Petruzzelli (chitarra). Formazione standard di chitarre psichedeliche e taglienti, bassi ipnotici anni ‘70, romantiche tastiere, ritmi scanditi e cori beat . Lei guarda tra le rughe mentre canta Birdland: è tutta lì. Tra piano e chitarra lei ripete: he was not human, you are not human, I am not human sempre più intensa, sempre più potente per chiudersi poi d’un tratto nel deserto lento e ovattato del suo animo più intimo. Per poi ricominciare con il rock.

Lei appoggia il piede sulla spia e sputa…sempre con eleganza. Fine del lato A inizio del lato B (sorride Patti).

E i grandi del passato accorrono quando la sacerdotessa invoca gli antenati. C’è un angelo intrappolato nella roccia e dobbiamo cantare tutti insieme Brake it up per far sì che possa liberarsi e volare libero. Incita Patti. L’angelo che sale dalle rocce del Vittoriale è quello di Jim Morrison. Quando dedica Elegie a tutte le persone perdute, cullate nel cuore: da Jimi Hendrix ad Amy Winehouse. E quando si riprendono i sensi ci si trova circondati da horses, horses, horses… Tra le cavalcate di batteria e le chitarre tese la tigressa si appoggia all’asta del microfono: good night dice e chiama a sé il pubblico, che accorre sotto il palco. Porta a termine il disco, qualche grande rosa rossa è sul palco e i musicisti si stringono, si prendono per mano e fanno un grande inchino.

È giunta l’ora dei classici e della band, che si prende cura della dea lasciandola riposare, intonando un omaggio ai Velvet Underground. Ma quasi di nascosto, Patti arriva tra le poltrone della platea e passeggia tra il pubblico che si era ricomposto in sua assenza. Danza e sorride e come un pifferaio magico tutti la seguono di nuovo in piedi. Sotto il palco lei è vicinissima mentre canta Because the night, People have the power e puoi sentire tutta la sua energia. Puoi guardarla negli occhi mentre canta Generation e ti dice in faccia: you are the future and the future is now. Puoi sfiorarla mentre afferra la sua Stratocaster nera e inizia a rompere le corde afferrandole una a una con le mani: queste erano le armi della mia generazione! Questa non è poesia perfetta, questa è vita! Be free! Scompare avvolta in un bianco asciugamano.

Così i sassi del Vittoriale, i cipressi antichi e i teneri fiori ricorderanno Patti Smith, l’ “anarchica” che inizia senza aspettare, che irrequieta non sa stare alle regole e si fa fotografare con i fan nonostante i limiti manageriali, che passeggia tra il pubblico e lo chiama a sé.  La donna che non ha bisogno di spiegazioni, le basta cantare. Non state seduti in poltrona, alzatevi, siate in prima fila: Patti non vi ha insegnato nulla???!!

http://www.anfiteatrodelvittoriale.it/

 

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Fotografie di Alessandro Piantoni

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