“The Miracle Foundation” Disagio e umanità raccontati nel nuovo disco dei Jules Not Jude

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È un disco a quattro mani quello dei Jules Not Jude e si chiama The Miracle Foundation.
Dopo cambi di line-up e lunghi tour, la maturazione della rock band bresciana sembra essere arrivata a termine. Preziosa è la collaborazione con il produttore artistico Pierluigi Ballarin e Jon Astley (produttore che ha lavorato con Eric Clapton, The Who e Paul McCartney).
Dietro questo nuovo disco ci sono tante storie. Ce le racconta Simone, il cantante della band.

The Miracle Foundation, perché questo titolo?
Abbiamo ragionato su quale potesse essere il filo conduttore delle 8 canzoni del disco. L’elemento comune sta nel fatto che tutte raccontano diverse forme di disagio. Il singolo Perfect Pop Song, ad esempio, parla del disagio di una band italiana che scrive canzoni pop in lingua inglese. Orphan racconta la visione del mondo dal punto di vista di un orfano. Quando qualcuno ti mostra un diverso modo di vedere le cose, rimani scioccato ed è una cosa che ho potuto provare in prima persona. Ci siamo quindi messi a cercare informazioni e nomi di orfanotrofi e abbiamo trovato la “Miracle Foundation”. Suonava benissimo e rappresentava perfettamente il momento di transizione importante insito in questo disco.

Qual è e com’è nata la tua canzone preferita del disco?
Senza dubbio Orphan. L’ho scritta nell’estate del 2012 mentre lavoravo in una comunità di accoglienza minori. Ogni giorno vivevo i difficili trascorsi di questi ragazzi e alcuni di questi mi avevano decisamente colpito. Sono stati per me un esempio di grandezza umana, quindi abbiamo deciso di scrivere un brano che potesse dar voce a questi vissuti.

Com’è nata la collaborazione con Enzo Moretto degli A Toys Orchestra?
Desideravamo che all’interno del disco ci fosse un featuring e volevamo la partecipazione di qualcuno che rappresentasse perfettamente l’idea di band che canta in inglese in Italia. Gli A Toys Orchestra sono senza dubbio i pionieri di questo filone anglofono. E’ una band che ha suonato in Europa, ha girato l’Italia riscuotendo da anni grandissimi consensi di pubblico e critica. Enzo in studio ci ha lasciato a bocca aperta. È un musicista preparatissimo. Brano in cuffia ed era subito sul pezzo, gli calzava a pennello. È stata una giornata molto formativa per tutti noi. Abbiamo inoltre avuto la fortuna di averlo con noi sul palco durante la presentazione del disco alla Latteria Artigianale Molloy di Brescia e vederlo così forte e attivo, mi ha fatto desiderare di avere la sua stessa grinta ed energia.

Cos’è cambiato nel vostro sound dopo il cambio di line-up e la decisione di scrivere la musica coinvolgendo tutti i componenti del gruppo?
Nel lontano 2008 eravamo solo io e Mirza Sahman. Ci trovavamo in cameretta per strutturare i pezzi e portarli in sala prove per poi rifinirli insieme al resto della band.
La genesi di questi brani è stata differente: abbiamo provinato le idee, lavorato in sala prove e abbiamo ricominciato tutto da capo più e più volte con Pier Ballarin, nostro produttore. In studio gli abbiamo fatto ascoltare il nostro lavoro, abbiamo registrato live e poi riascoltato ognuno a casa propria, in modo da farci un’idea delle riprese. Una volta tornati in studio, dopo un paio di settimane, abbiamo ricominciato a lavorare al brano in ogni sua parte, dalla base ritmica, al giro armonico, alle linee vocali e via dicendo. La registrazione di The Miracle Foundation è stato un lavoro di una band strutturato e prodotto da Pier. Penso che il lavoro in sala prove non sia sufficiente e ti dia solo un’idea di quello che potrebbe essere il brano finale.

Si dice sempre che ogni musicista fa musica perché ha bisogno di dire qualcosa. Anche i Jules Not Jude si ritrovano in questa affermazione?
Musica e testo sono strettamente connessi. Il fatto che venga prima musica o testo è un fattore indifferente. Sia il testo che la musica comunicano qualcosa quindi le considero due fasi della canzone che devono stare sullo stesso piano e nessuna deve prevaricare l’altra. Lavoriamo molto sui testi, sono molto ragionati.

La Lombardia e Brescia, in particolare, sono le aree più produttive, musicalmente parlando. Molte band, molti locali, ma concretamente, sono sufficienti le iniziative musicali?
Abbiamo avuto la fortuna di suonare un po’ in giro fin dalla nascita del progetto. Mail, telefonate, richieste, presenza ai concerti e un booking valido ci hanno permesso di suonare in Italia e all’estero. Penso però che l’attuale crisi economica italiana si faccia sentire anche in ambito musicale. Non mancano le idee, ma la mancanza di fondi e di permessi sono il vero nemico delle iniziative musicali che comunque nascono e crescono con caparbietà ma potrebbero essere certamente molte di più se valorizzate e promosse. La sola buona volontà non sempre permette di far sì che si possano realizzare. E’ un periodo molto particolare per la musica indipendente italiana. Sia band che locali stanno facendo molti sacrifici, da molto tempo. In sostanza uno è il datore di lavoro dell’altro, e viceversa e sembra che ognuno cerchi solo di rimetterci il meno possibile. Se le iniziative, i locali, la musica fossero visti come un valore da promuovere e non da ostacolare o d’impiccio la macchina si muoverebbe certamente meglio.

Quali sono i progetti futuri della band?
La promozione di The Miracle Foundation andrà avanti anche nella prossima primavera. Ora stiamo lavorando al secondo video del quale non possiamo dir nulla, anche se potrà essere facilmente intuibile da chi ha ascoltato il disco. Stiamo lavorando anche su idee nuove perché non ci possiamo fermare nemmeno un momento. Vogliamo suonare molto, il più possibile.

Grazie Simone. Lasciaci dicendo a chi vi ha conosciuti con questo articolo, cosa potrebbe trovare se dovesse venire ad un vostro concerto.
Penso sia una delle domande più difficili che mi abbiano mai fatto. Suoniamo musica che molti hanno definito esterofila. Cantiamo in inglese e guardiamo Oltralpe. Ci piacerebbe far parte di quel gruppo ormai consolidato di band in grado di dimostrare come l’Italia possa aprirsi ad un’idea musicale europea o americana, portando qui ciò che sta al di fuori e rappresentare al di fuori ciò che di bello c’è in Italia.

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