L’Officina Della Camomilla – 12 Dicembre – Lio Bar – Brescia

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Ho conosciuto “L’Officina Della Camomilla” nel dicembre 2011. Ricordo di essere incappato in un loro video pubblicato su Facebook da un mio amico, la grafica rappresentata nell’anteprima del video mi aveva colpito, così ascoltai il brano. Fin da subito rimasi affascinato dalle melodie, orecchiabili e colorate, e dai testi che raccontavano di persone e di vita vissuta.

Vivevo da mesi in Brasile e mi stavo preparando per un viaggio sul Rio Delle Amazzoni: un barcone da 400 posti, nessuna cabina, due bagni, un ammasso disordinatamente colorato di amache e l’unica playlist presente nel mio iPod, dell’ “Officina”, in loop. Il lento navigare, i canali del Rio ed uno spettacolo naturale indescrivibile e le loro melodie come colonna sonora.

Il concerto del 12 dicembre al Lio Bar, l’ottavo del loro nuovo tour, è stato un occasione per conoscerli meglio e, di persona.

Se consideriamo che il primo disco “demo” del 2010 è stato completamente scritto e arrangiato da Francesco Di Leo (frontman del gruppo), possiamo dire che “L’Officina della Camomilla” è cresciuta molto, arricchendo la formazione con Gaetano (batteria), Ilaria (chitarra), Anna (tastiere ) e Marco al basso e sfornando altri due album: “senontipiacefalostesso” (2013) e “senontipiacefalostessodue” (2014), entrambi prodotti da Garrincha Dischi.
Entro nel camerino dopo il soundcheck e inizio a chiacchierare con la band. Quello che riesco a percepire è che in quello che fanno non esiste nessuna vanità, nessuna autocelebrazione, ma solo una forte esigenza di raccontare ciò che li circonda attraverso i loro occhi. Unico filtro: il loro modo di vedere. Credo siano proprio queste le cause dell’ermetismo che impregna i loro testi altalenanti, decisamente poco lineari e senza dubbio criptici. Con queste parole Francesco termina la nostra chiacchierata: “il paesaggio che ci circonda cambia costantemente: l’autostrada, i palazzi e le piazze hanno una via di fuga, una via di fuga alla milanese con patate al forno”. Salutandoli do loro appuntamento per il dopo concerto sulle famose (per chiunque ci sia passato almeno una volta a sentire qualche gruppo, o per bersi una birra) “rotaie del Lio” per una birra; loro fingono di credermi quando li assicuro che su quei binari, dopo una certa ora, di treni non ne passano, ma le loro facce incredule sono più eloquenti di ogni parola.

Lo show è stato divertente e coinvolgente, la band ha sicuramente accontentato chi, come me, è venuto ad ascoltarla. Durante l’esibizione molte persone cantavano le poesie di Francesco, ma fra tutta la gente sotto il palco, un paio di persone attirano la mia attenzione: un ragazzo che incurante della sua piccola statura spingeva e si dimenava come un ossesso in mezzo ad un pogo non troppo scatenato, ed un altro che incurante delle molte persone nel locale, se ne stava seduto in riva allo stage su una sdraio da mare.
ll concerto finisce, saluto gli amici e la band, che sui binari proprio non ci voleva venire, salgo in auto e dalla radio inizia “Città mostro di vestiti” dell’”Officina”.

Mentre mi sposto verso casa continuo a chiedermi se davvero esistono queste diverse vie di fuga di cui Francesco parla, magari basta solo cambiare il punto di vista da cui guardiamo le cose.
Via di fuga… Via di fuga… “via di fuga alla milanese con patate al forno”sorrido, oramai e notte inoltrata e anche se ho un po’ di fame credo sia troppo tardi per cucinare le patate al forno.

PH: Andrea Corti

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