The Clegg, Brescia all’inglese

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Oggi Music Wall incontra i The Clegg, band bresciana ispirata dalla musica brit-rock; ci hanno ospitati nella loro sala prove e si sono raccontati.

Chi sono i The Clegg e cosa vogliono comunicare?
Siamo in quattro: voce principale Michele gatti, seconda voce Fabrizio Righetti, basso Enrico Gatti e Jaka James alla batteria, le due voci sono anche le due chitarre e noi  suoniamo insieme con questa formazione da un anno. Nei nostri testi  c’è un po’ di drammaticità latente, sai i periodi adolescenziali dove hai le tue menate? Ecco, però sto cercando di eliminarle. In coming around parliamo di riprendere i propri passi e inquadrare ciò che veramente vuoi fare. Cerchiamo di rendere più astratta l’idea di realtà, l’idea di non parlare mai di “you and me” non parlare mai in prima persona ma distaccare l’attenzione dalla realtà.

Il vostro sound da quali band è influenzato?
Fondamentalmente dalle band mainstream inglesi, partiamo di base dai grandi gruppi rock degli anni ’70 come Pink Floyd e Led Zeppelin. Poi abbiamo cercato di fare una sintesi tra il rock classico e l’indie rock. Gli Oasis sono stati una grande influenza e oggi ci ispiriamo a gruppi come gli  Arctic Monkeys.

Come nasce la vostra ultima canzone Don’t Ask Why?
Nasce quando ancora il gruppo non era ben definito. Ci mancava un tastierista che non abbiamo mai trovato (ridono) e un batterista, alla fine abbiamo cercato un sacco e abbiamo trovato James. Inizialmente la canzone  era un pezzo che aveva un gran tiro sul ritornello e nella strofa non riuscivamo a rendere. Dopo un’attenta ricerca e uno studio siamo riusciti a farla funzionare.  Don’t Ask Why rappresenta proprio la svolta dal punto di vista musicale, è l’anello di congiunzione tra tutto.

Avete fatto un tour in Portogallo. Com’è stata l’esperienza?
In portogallo la musica live è ancora viva. Là andare ad un concerto è figo.  In otto giorni abbiamo fatto quattro date. Siamo stati in questo posto, a Porto, un centro commerciale che tirava nei ’70 in seguito utilizzato come centro nevralgico della musica live, ogni singolo negozio è stato affittato ad una band diversa per provare. Ci sono 150 band ognuna delle quali suona il proprio genere.  Siamo stati veramente soddisfatti di questo tour.

È più soddisfacente suonare all’estero o in Italia?
È diverso. Qui abbiamo un approccio diverso anche perché ai concerti vengono i nostri amici. La differenza lo fa anche suonare con continuità, suonare una sera la sera dopo secondo noi è importante bello divertente e stimolante, nonostante la stanchezza, abbiamo capito che il darsi da fare ripaga. All’estero non sanno chi sei quindi puoi fare un po’ come ti pare, ma dall’altra parte non puoi permetterti di fare una figuraccia.

Come è stato suonare nuovamente al Lio? Com’è il rapporto con il vostro pubblico?
L’ultima serata che abbiamo fatto il clima era veramente figo, c’era un bel po’ di gente ed è strano che qualcuno balli e ci ha fatto un sacco piacere. Ultimamente nello scrivere i pezzi cerco di dare un’impronta un po’ “shake”; vedere la gente muoversi mentre suoni, nonostante non conoscano i pezzi, significa che prende.

Date in programma?
Suoneremo questa sera (Mercoledì 12 Marzo) all’Altrove di Palazzolo sull’Oglio in provincia di Brescia, e poi stiamo aspettando responsi fuori dalla provincia.

Come inizieresti la prima strofa della tua nuova canzone?
Eh potrei dirtene una di un inedito, ricollegandosi al fatto di non riconoscersi in quello che si era, buttarsi nel vuoto del futuro , ti direi :“guardati allo specchio e spaccalo, e guarda al futuro con gli occhi completamente chiusi”. è un incoraggiamento, sembra una cosa molto banale ma io mi sentivo di dirlo, se cerchi di costruire tutto sul “non fare” rischi di tirare fuori roba che non va bene. Quando uno dice cose che sente davvero arrivano sicuramente meglio.

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