Book Of Angels Live: Shanir Ezra Blumenkranz @ Teatro Manzoni, Milano

0

“La musica che sentirete, all’inizio potrà sembrarvi estrema; alla fine però spero che riuscirete a cogliere il suo scopo.” Così esordisce Shanir Ezra Blumenkranz salendo sul palco del gremito Teatro Manzoni, per il penultimo appuntamento della rassegna Aperitivo in concerto, domenica 16 febbraio. Un avvertimento probabilmente obbligato, vuoi per il brusio concitato che ha percorso la semioscurità della sala all’annuncio del presentatore “questa non è una musica per deboli di cuore”, vuoi per sottolineare subito che i pezzi complessi e spesso caotici del quartetto rispondono a un linguaggio indecifrabile, che richiederà un notevole atto di fiducia da parte degli ascoltatori.
Già quattro anni fa il Manzoni aveva ospitato Blumenkranz al seguito di John Zorn e del suo carrozzone di artisti, per una maratona del Book Of Angels, la serie di composizioni che costituisce la seconda parte di Masada, ambizioso progetto di rinascita musicale ebraica. In quell’occasione il bassista si era esibito con Cyro Baptista e i Banquet of the Spirits. Ora Blumenkranz, ormai diventato una presenza costante nelle uscite della Tzadik, etichetta che riunisce i maggiori artisti della scena downtown newyorkese, torna con un nuovo capitolo del libro degli angeli, che lo vede come protagonista: Abraxas, Book Of Angels Volume XIX (Tzadik, 2013). Il bassista ha scelto per la sua jewish band tre musicisti dalle grandi doti tecniche, i chitarristi Eyal Maoz e Aram Bajakian, con i quali ha già avuto dei trascorsi, e il batterista Kenny Grohowski.

Il concerto si apre con un’introduzione della durata di diversi minuti, dove Blumenkranz suona da solo, lasciando che il pubblico familiarizzi con il timbro dello strano strumento che impugna: il gimbri, un parallelepipedo di legno nel quale si incastra un manico lungo e stretto, con tre corde. Lo strumento dà voce a una musica in stile arabico, dal ritmo palpitante e vario. L’illusione dura poco; a sorpresa la melodia etnica si trasforma in una raffica di percussioni e forti distorsioni al confine con l’heavy metal, e sempre muovendosi su impressioni orientali si avventura rapidamente nel terreno dell’avanguardia. La filosofia scelta da Blumenkranz per distinguersi dalle altre diciotto band che prima di lui si sono confrontate con il Book Of Angels è quella del “No foreplay, just kill”: al bando i preamboli e dritti al sodo.
Contrariamente ai presagi funesti, la platea si dimostra da subito entusiasta, ringraziando i musicisti con un’ovazione, nonostante il pubblico non proprio giovanissimo; lo stesso bassista non riesce a trattenere un’espressione di sorpresa per la calorosa accoglienza. Per contro, c’è anche chi abbandona la sala anzitempo, le prime di una serie di diserzioni, che nel corso dello show saranno poche ma costanti.

Dietro una barba folta, che spunta da sotto il cuffione calato sulla testa, l’allampanato bassista tra un brano e l’altro racconta pacatamente la sua musica, in un inglese lento e scandito. Un fortissimo contrasto con il carattere sanguigno dei suoi pezzi. “Per me Masada è musica sacra. È la musica ebraica della nuova generazione” -ci spiega-. È per sottolineare questo aspetto di sacralità che Blumenkranz ha scelto il gimbri, uno strumento rituale originario dell’Africa dell’ovest, che gli schiavi hanno portato in Marocco, dove è diventato patrimonio nazionale, e che il musicista sente appartenere alle proprie radici.
Con il suo timbro cupo e la possibilità di suonarlo come fosse una percussione, il gimbri è utilizzato anche per i riti di guarigione e per suscitare stati di trance. È un’atmosfera tribale metropolitana che gli Abraxas desiderano ricreare, accogliendo anche il rumore nella loro musica. I brani sono l’unione di sonorità di matrice ebraica, coloriture psichedeliche e stile improvvisativo della downtown, slegato da quasi qualsiasi regola, modellato su generi e fonti dalla provenienza più disparata. È una musica viscerale e a tratti sporca: Blumenkranz conduce la band come un direttore, attraverso gesti e segni, dando il via alle digressioni virtuosistiche e caotiche dei tre compagni o imbrigliandoli improvvisamente ai temi principali, una manciata di battute che costituisce la melodia portante di ciascun pezzo. Nel live i brani assumono tutti un carattere più sperimentale rispetto al disco, che è decisamente più digeribile.

L’ultimo pezzo del concerto e il bis sono anteprime del nuovissimo album del quartetto Abraxas basato sulle composizioni di John Zorn, Psychomagia (Tzadik, 2014), in uscita il 18 febbraio. Qui Blumenkranz ritorna al più canonico basso elettrico. Per quello che ci è dato sentire, la componente etnica viene enormemente ridotta, con un sviluppo maggiore e più ordinato delle varie melodie, e un colpetto di gomito al Morricone western.
Appena si spegne l’ultima nota molte persone si alzano immediatamente, chi per fiondarsi verso il pasto domenicale, chi per acclamare la band, sperando di riuscire a strappare ancora qualche minuto di esibizione. All’uscita dal teatro i pareri che si colgono sono contrastanti, tra chi è rimasto scettico e chi invece si dimostra entusiasta o piacevolmente sorpreso. Blumenkranz e compagni hanno raggiunto il loro scopo: lo show nel bene o nel male non ha lasciato nessuno indifferente; l’unica cosa certa è che gli Abraxas non si sono risparmiati. Per dirla con la parole di Shanir: “It’ extreme, but whit love”.

About Author

giacomo.baroni6@gmail.com'