Bella, Mulatu! – Mulatu Astatke @ Carroponte, Sesto San Giovanni

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Cuore pulsante d’Africa e melting pot della metropoli. L’eredità dell’allora giovanissima musica per il teatro nazionale etiope – creata all’inizio degli anni ’50 – nata dal connubio di scale tradizionali con strumenti da big band occidentale; unita alla passione per il fascino latino, maturata durante il soggiorno del percussionista negli States a metà ’60, sono i costituenti fondamentali dell’Ethio-jazz, il genere del quale Mulatu Astatke è il re, indiscusso fondatore e capostipite.
Partito alla volta del Galles a metà secolo per studiare ingegneria e tornato in patria negli anni ’70 con due prestigiosi diplomi in musica, uno al Trinity College di Londra e uno al Berklee di Boston, primo africano ad averlo ottenuto nella storia, Astatke ha generato con il suo jazz una notevole influenza sulla musica del suo paese e una discreta schiera di seguaci. La sera del 7 giugno, quindi, sul secondo palco del Carroponte festival di Sesto San Giovanni, si è esibito un piccolo ma significativo pezzo di storia etiope.
Gli schizzi d’Etiopia di Mulatu – Sketches Of Ethiopia (Jazz Village, 2013) è il nome dell’ultimo album del percussionista – sono fatti di tante sfumature. Portano il segno di questo passato, sommato agli stili appresi e assorbiti dal musicista fino a oggi: i tratti tribali incontrano la fusion, lasciano spazio a un jazz di stampo più classico, tornano per mischiarsi con funk e fascinazioni latine, lasciano una porticina aperta per il free jazz e lo sperimentalismo.
Astatke, completo bianco di lino che fa il pari con la barbetta grigia, unico segno della sua età, è sorridente e in splendida forma. Quasi si fatica a credere che abbia settant’anni. Al centro del palco, il percussionista illustra i suoi disegni sonori, li modella con vibrafono, congas e tastiere. Gli altri sette strumentisti non sono da meno, ognuno trova lo spazio per tracciare le sue linee e mettere la sua firma, cogliendo il momento giusto per prendersi la scena e i generosi applausi del pubblico, rientrando prontamente nei ranghi non appena l’evolversi dei pezzi lo richiede. Le percussioni cantano la loro melodia primitiva per diventare poi mormorio sensuale sotto i duetti e assoli virtuosistici di sassofono e tromba, interventi dosati che non scadono nell’autocompiacimento. Anche gli archi sanno dire la loro: il violoncello, a tratti imbracciato come fosse un basso, offre un tappeto leggero che decora i brani, ricorda le capacità della sua voce nello splendido duetto con Astatke, che introduce Motherland Abay. Il contrabbasso riesce all’occorrenza a dimenticarsi la sua natura europea, per cavare dallo strumento sonorità inaspettate, timbri ed effetti sempre nuovi.
La parte vocale, che negli otto brani dell’album è diffusamente presente, viene accantonata nella versione dal vivo. Spunta a tratti, a sorpresa e in maniera quasi istintiva; serve a tastare il polso al pubblico, farlo cantare coinvolgendolo nei punti di maggiore intensità. Quella di Mulatu e della sua band è una musica dalla fortissima componente comunicativa, dove gli strumenti dialogano con la platea, in un flusso a doppio senso. I presenti al Parco Archeologico ex Breda hanno saputo accogliere fin da subito le vibrazioni trasmesse, magnetizzati dai ritmi accattivanti, ripagando con applausi e invocazioni entusiaste, più o meno pittoresche, il complesso, che dopo un’ora e mezza di esibizione, semplicemente saluta e se ne va.

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