Intervista al chitarrista fingerstyle americano Chris Proctor

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In questa puntata di ‘Backstage interviews’ abbiamo avuto l’onore di intervistare Chris Proctor, vincitore del Primo Premio alla quarta edizione del Concorso Nazionale di Chitarra Fingerstyle degli Stati Uniti nel 1982 (US National Finger Style Guitar Championship), raffinato compositore e interprete della musica che lo ha cresciuto, quella degli anni ’60 dei Beatles, Rolling Stones, Neil Young e molti altri.

La videointervista è in lingua inglese con i sottotitoli in italiano e contiene degli estratti dal concerto che ha tenuto all’undicesima edizione del Festival Acoustic Franciacorta. Per visualizzare i sottotitoli fare click sul simbolo rettangolare nella fascia nera del filmato, accanto all’orologio –> Sottotitoli – ON

Vi proponiamo inoltre l’intervista trascritta in italiano.

Oggi Music Wall TV ha il grande onore di incontrare uno dei migliori chitarristi fingerstyle del mondo: Chris Proctor. Piacere di conoscerti Chris.
Piacere mio.

Partiamo dall’inizio. Come è nata la tua passione per la musica?
I miei genitori mi fecero studiare tre strumenti nella banda: la tromba, il corno francese e il pianoforte, ma non mi piaceva suonarli. Pensavo di non essere interessato alla musica. Andai ad un concerto all’età di dodici o tredici anni, era un concerto di chitarra acustica blues. Non l’avevo mai visto prima, vivevo in un posto degli Stati Uniti dove non si sentiva molto quella musica… sto parlando di tanto tempo fa. Andai a quel concerto. È stato come un sogno per me. Dopo essere andato a quel concerto mi convinsi ‘devo farlo, devo imparare a suonare questo strumento’. Era il mio quarto strumento, ma la chitarra era quello giusto per me.

Certamente! Il tuo suono è un mix di jazz, blues, musica celtica, Americana, folk e classica. Ogni musicista dovrebbe provare a cercare la propria strada e il proprio suono. Tu ci sei riuscito con un ottimo risultato. Quanto tempo hai impiegato per raggiungerlo?
Alcuni generi di musica li avevo studiati perché sapevo che avrei avuto bisogno di studiarli come il jazz e la musica classica, quei generi sono molto difficili, non avrei avuto voglia di capirli se non fosse stato perché li ho studiati grazie all’università. Per quanto riguarda gli altri generi musicali come il folk e la musica del mondo direi che me li sono sentiti più miei. Avevo trascorso così tanto tempo ad ascoltarli e ad andare ai festival, viaggiando per vedere i musicisti suonare quei generi e non avevo avuto bisogno di studiarli a scuola. Se dovessi trovare un modo per dirlo… forse stavo ‘nuotando’ in quella musica.
Quindi la mia musica è un misto di certi accorgimenti che ho dovuto studiare all’università e altri che sono solo il risultato del tempo che ho dedicato stando accanto a quei generi.

Qual è stata l’ispirazione per la bellissima Montaineer Creek, dodicesima traccia dell’album The Chris Proctor Collection del 2003?
Solitamente entri in contatto con la natura per trovare l’ispirazione?
Sì, esattamente. Con il mio primissimo album avevo preso davvero molto ispirazione dalla natura e l’avevo chiamato Runoff, ma questa Montaineer Creek… per un po’ di tempo ho vissuto a Los Angeles e non mi piaceva per niente. Era una città troppo caotica e troppo lontana dalle montagne. Avevo quindi deciso di cercare un luogo meraviglioso che potessi trovare il più vicino possibile e che avrei potuto raggiungere con la macchina in poco tempo, mi ero convinto che avrei potuto trovare quel posto e lo trovai. Ci andai ogni volta che avevo bisogno di andarmene dal caos. Lo trovai tra le montagne del sud della California, si chiama Montaineer Creek, da cui il nome del brano. È un bellissimo posto, ecco perché ho scritto quella canzone.

Hard Times è l’ultima traccia di Ladybug Stomp, il tuo album lanciato dalla Sugarhouse Records nel 2007. Lo avevi composto durante un periodo difficile della tua vita o le sue vibrazioni sono solo relazionate ai tempi duri in cui tutti stiamo vivendo durante la crisi finanziaria?
Questa è una bella domanda. Quella è l’unica canzone del cd che non avevo composto io. È stata composta da un uomo che aveva scritto il brano più di un secondo fa: Stephen Foster e lo aveva scritto pensando alla Grande Depressione dell’inizio del ventesimo secolo negli Stati Uniti. Successivamente quel tipo di musica era andata un po’ a dimenticarsi. Avevo trovato questo brano e l’avevo considerato, come hai detto tu, con un sentimento di grande depressione… avevo un amico che stava morendo di cancro e lui aveva suonato con me in quella registrazione, era l’unica persona che aveva suonato con me in quel cd. Aveva suonato proprio una piccola parte in quella registrazione, la seconda chitarra in quella canzone Hard Times, si chiamava Artie Traum. Era un amico musicista, è morto dopo tanto tempo. Quindi il brano è stato una combinazione di quelle due cose: la musica era bellissima e volevo suonarla con lui. È stato davvero un periodo difficile e quello era il nome del brano. Il nome completo del brano di Foster è Hard Times Come Again No More quindi era una speranza che i tempi duri non venissero più in quel modo.

Ti sei esibito in diversi concerti in giro per il mondo. Qual è stato il pubblico più caloroso che hai avuto il piacere di incantare con la tua musica?
Penso che a volte il pubblico più caloroso sia quello degli Stati Uniti della Costa Ovest, dove ho suonato così tante volte: è come se fosse la mia famiglia, quindi una specie di riunione di famiglia. Ma dovrei dire che… penso che il pubblico in Italia, in Europa in generale, ma in particolare in Italia, il pubblico sia molto caloroso e delle volte un nuovo pubblico in Italia è molto più emotivo rispetto ad un pubblico che mi ha ascoltato diverse volte negli Stati Uniti. In ogni caso però il pubblico dell’Ovest degli Stati Uniti dove ho suonato da oltre 30 anni e dove ritorno spesso è il più caloroso… continuano tutti a venire a sentirmi, vengono per incontrarmi, vogliono sentire la mia musica, richiedono una canzone in particolare piuttosto che un’altra, parliamo spesso e c’è molta confidenza; in quel senso quindi è il pubblico più caloroso.

Close And Personal Friends è il tuo ultimo album. Raccontaci qualcosa di questo progetto.
Decisi che volevo suonare musica… volevo suonare dei medley. Ogni traccia dell’album è un medley. Volevo fare in modo che suonassero interessanti insieme. Si tratta delle canzoni con le quali sono cresciuto, la musica che mi aveva condizionato prima di decidere di studiare anche jazz, musica classica ecc. Si tratta della musica di cui parlavamo prima, quella in cui ‘nuotavo’ e quella che ascoltavo abitualmente prima di dire ‘ok, mi interessa la musica’.
Questo quindi è quello che ho fatto: ho preso dei brani e ho cercato di connetterli. Alcuni medley hanno addirittura quattro o cinque canzoni insieme, alcuni sono molto lunghi. Ho costruito inoltre dei bridge per passare da un brano all’altro, per far entrare l’altra canzone che il pubblico, sorpreso, riconosce immediatamente ‘oh, è quella canzone’.

Taylor Guitars della città El Cajon, California, ha prodotto il modello di chitarra firmato ‘Chris Proctor’, uno strumento su misura con uniche caratteristiche strutturali ed elettroniche progettate con le tue indicazioni. Quali sono le caratteristiche di questo modello? Il suono, il legno…
C’erano diversi accorgimenti che mi piacevano di più: un tipo di legno nella parte frontale della chitarra che veniva prodotto nell’ovest degli Stati Uniti, inoltre la misura della chitarra è insolita e anche la forma. Ci sono anche delle istruzioni che diedi per l’interno che sono differenti. Un’altra cosa importante è il manico che è più largo del solito, è molto simile a quello della chitarra classica che è più largo, anche tra ogni corda, questo è molto importante per me. C’è una combinazione di queste cose e poi anche a livello elettronico ci sono delle differenze. Volevo un’amplificazione e un suono secondo come concepivo il suono e che mi permettesse di sentire, di provare e che avesse tutte le altre caratteristiche acustiche.

Puoi darci qualche anticipazione del tuo prossimo progetto?
Sto viaggiando solo con una chitarra qui in Italia, una sei corde ed è davvero un peccato, però sto viaggiando da solo. Voglio dedicare il mio prossimo album alla dodici corde, un progetto interamente dedicato alla dodici corde.
Solitamente quando suono negli Stati Uniti prendo una dodici e una sei corde quando ho il volo, mentre quando guido ne prendo due da sei e una dodici in modo da avere diverse possibilità di scelta per le esecuzioni.
Quando vengo in Europa sfortunatamente, dato che viaggio spesso in treno, sono da solo e porto solo una sei corde. Lascio la dodici a casa, ma non penso che il pubblico sia abituato al suono della dodici corde… tutti hanno una sei corde. Ma… quante volte ti capita di vedere un concerto con la dodici corde nello stile fingerstyle come suono io? È un po’ insolito. Quindi ho preferito portarmi solo la sei. Ribadisco quindi che voglio dedicare un nuovo progetto solo alla dodici corde.

Molto interessante. Potresti dare un messaggio ai giovani chitarristi che vogliono seguire le tue orme? Solo qualche consiglio da un grande esperto.
Sì, certamente! Bene… insegno a molti studenti e vedo le persone che studiano musica. Non sono sicuro che qualcuno capisca veramente quanto si debba essere pazienti con sé stessi all’inizio dello studio. Le persone sono sempre di fretta. Mostro loro qualcosa e magari loro sono in un certo punto e la cosa che hanno bisogno di imparare è in un altro punto. Hanno bisogno di arrivarci con calma, ma vogliono subito correre per arrivare direttamente alla meta e non vogliono fare i vari gradini che ci sono nel percorso, non vogliono prendere lo studio lentamente. È importante insegnare alle persone come esercitarsi attentamente e lentamente e di avere pazienza! Va bene se non sai qualcosa, va bene se ti ci vogliono due settimane per esercitarti e per impararla, l’importante è lentamente e con tranquillità. Questa è la cosa più difficile da insegnare alle persone, non ha niente a che vedere con un aspetto musicale. Insegnare loro come studiare e come essere umili. Quando ti siedi per studiare dovresti dire a te stesso ‘queste sono cose che non so, sto esplorando, non so cosa troverò, non devo avere fretta, non posso continuare a guardare il mio telefono o fare altre cose devo solo concentrarmi e qualsiasi cosa faccia oggi non sarà mai troppo tardi. Se commetto errori significa che sto andando troppo velocemente e non potrò mai imparare qualcosa di più di quello che so oggi se vado velocemente e non ne sarò felice’.
Hai ragione.
È come la meditazione, o almeno così dovrebbe essere. Questo è quello che cerco di insegnare.

Vorrei ringraziarti anche a nome della nostra rivista Music Wall.
È stato un piacere! Mi scuso perché hai dovuto aspettare tanto tempo… Quindi grazie per essere stata paziente.

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Visita il sito ufficiale di Chris Proctor e visualizza la Music Wall Photo Gallery del suo concerto!

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