It’s the time: Giovanni Pelosi e la sua chitarra Fingerstyle

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Conosciuto in tutto il mondo, con grande umiltà ci svela i particolari della sua fantastica carriera musicale.

“…non c’è musica senza ascoltatore, non c’è concerto senza pubblico, non c’è comunicazione senza destinatario…” Giovanni Pelosi

Chitarrista fingerstyle per chitarra acustica, arrangiatore, compositore e grande maestro, Giovanni Pelosi, nato a Roma nel 1952, ha visto pubblicare i suoi primi arrangiamenti dalla Berben edizioni musicali nel 1983: Beatles per chitarra fingerpicking.

Ha suonato con Giovanni Unterberger, Stefan Grossman, John Renbourn, Duck Baker e molti altri musicisti italiani. Ha partecipato a grandi manifestazioni: Soave Guitar Festival, Acoustic Guitar Meeting di Sarzana (tre volte sul main stage), a tutte le edizioni di Acoustic Franciacorta, Galliate Master Guitar, alla Frankfurt Muzik-Messe, due volte al C’est ist d’best di Zagabria, Madame Guitar, tre volte alla convention dell’ADGPA e alle 11 edizioni di Ferentino Acustica, di cui è da sempre Direttore artistico.

Discografia

Fretwalkin’ (Fingerpicking.net, 2004)

Train-ing (Fingerpicking.net, 2007)

It’s The Time! (Lizard, 2007)

Your Smiling Face (di Taylor) nell’album 36 (Fingerpicking.net, 2004)

Parole parole parole nella compilation 34 volte amore (Fingerpicking.net, 2010)

Arrangia Birland (di Joe Zawinul) e suona con Rodolfo Maltese in Just The Way You Are (di Billy Joel) e In My Life (The Beatles) nell’album Five Guitars Clan (Fingerpicking.net).

Appare nelle compilation prodotte da Peter Finger: Christmas Unplugged (Wonderland Records; 2008) White Christmas, Oh Happy Day, Santa Claus Is Coming To Town, Christmas In New Orleans e Silent Night; While My Guitar Gently Weeps (Acoustic Music Records; 2009).

 

Intervista

Come è iniziata la tua passione per la musica?
Appartengo ad una famiglia numerosa, siamo tre fratelli e tre sorelle. A casa giravano una chitarra, che un po’ strimpellavano un paio di mie sorelle ed i due fratelli, ed una fisarmonica, che studiavano il mio fratello maggiore e due delle mie sorelle. C’era qualche disco. Mi sembrava che la musica fosse la cosa migliore del mondo e… adesso lo so.

Una famiglia di talenti quindi. Che genere musicale hai seguito per primo?
Beh, le mie sorelle ascoltavano crooner, tipo Dean Martin, Pat Boone; ma un fratello portò a casa dei dischi di Little Richard, Elvis Presley, Jerry Lee Lewis,… direi il Rock ‘n’ Roll.

Fantastico! Hai mai creato una piccola “rock ‘n’ roll family band”?
Col mio fratello rocker, quando ho cominciato a suonare, suonavamo due chitarre, io accompagnavo e lui faceva le linee melodiche, ma non proprio R&R, quello era il tempo degli Shadows, di Santo & Johnny… Ma conosci la preistoria?
Gli Shadows sì, Santo & Johnny mi documenterò, promesso!

Come hai vissuto il passaggio dal rock ‘n’ roll al rock degli anni ‘60?
Immagina un momento storico nel quale, specialmente nelle cittadine di provincia, come quella dove mi ero trasferito per seguire il lavoro di mio padre, di dischi ne circolavano pochissimi. Un giorno arrivò a casa un 45 giri, Please Please Me, di certi inglesi… i Beatles. Nei jukebox si poteva ascoltare Love Me Do dei Beatles, Satisfaction dei Rolling Stones, ecc. Un pugno nello stomaco, roba forte per quei tempi.

Immagino, che bei tempi! Quanto mi sarebbe piaciuto vivere quei momenti di vera e propria rivoluzione musicale.
Anche a me! Scherzo, li ho vissuti, ma con l’handicap di essere di tre o quattro anni troppo piccolo per capire in pieno e subito la portata di quello che stava succedendo. Love Me Do è del 1962, mi pare, avevo 10 anni, non un adolescente, un bambino.

Hanno lasciato sicuramente una traccia fondamentale nella tua musica. Hai dedicato infatti gran parte dei tuoi arrangiamenti alla musica dei Beatles. Il loro brano che hai nel cuore?
Difficile dirlo, sono tanti. Ma il giorno che ascoltai Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, l’effetto che mi fecero A Day In The Life e Getting Better me lo ricordo come fosse ieri.
Il disco che ho amato di più è stato Abbey Road, il primo che ho comperato nella mia vita… parecchi anni dopo, nel 1969.

Sicuramente parlando dei Beatles è difficile scegliere i pezzi o album preferiti; ogni album ha la sua peculiarità ed è tappa della loro crescita musicale.

Gli anni ‘60 erano gli anni della rivoluzione musicale intesa come trasgressione, pace e amore, libertà, figli dei fiori, Woodstock, ecc. Cosa hanno significato per te?
Non so dirtelo. Immagina che la comunicazione non era quella di oggi, che di quello che succedeva nel mondo si sapeva poco e male. Leggevi su giornaletti per ragazzi, tipo “Ciao 2001”, chi aveva suonato e dove, vedevi qualche foto, le minigonne, le camicie a fiori,… Dopo un po’ di tempo le vidi anche da noi.
Non sono in grado di pontificare su quell’epoca, ma mi ricordo questo grande fermento, questa grande aspettativa ed anche la crisi dei rapporti, fino ad allora molto gerarchici nella famiglia e nella scuola.

Quei movimenti in Italia si sono sviluppati più lentamente e non con la stessa enfasi, quindi comprendo. Passiamo ora alla proposta della RCA che aveva chiesto al tuo gruppo di accompagnare per il tour estivo Nada (arrivata seconda al festival di Sanremo ‘69). Perché avete rinunciato?
Mi viene da sorridere, perché io, che ero il più vecchio della band, non avevo ancora 17 anni. Le ragioni che portarono gli altri e me a non accettare sono le stesse per le quali ho deciso che la musica non sarebbe stata la mia professione, o almeno, non la sola.
La libertà di scelta che la professione nega: puoi scegliere quale professione fare, ok, ma dopo DEVI farla. Non puoi rinunciare al tuo lavoro perché te ne piace soltanto un ambito così ristretto che quasi nessuno ti chiede di farlo.
Ovviamente, riguarda il mio rapporto con la musica, c’è chi comunque preferisce stare con uno strumento tra le mani qualsiasi cosa debba suonarci e lo preferisce comunque a qualsiasi altra attività.

Dal 1971 al 1980 hai smesso di suonare per svariati motivi. Il Manuale di Giovanni Unterberger è stata una rivelazione per te. Cosa ha fatto scattare la scintilla che ti ha fatto ricominciare?
La ricchezza di suoni che sentivo uscire da una sola chitarra, sicuramente. A parte che in quel manuale c’erano esercizi e studi bellissimi e di grande effetto, oltre che di importante valore didattico. Non secondariamente, mi si apriva la possibilità di non annoiarmi suonando da solo.

Oltre ad essere un grande artista nelle performance ti occupi anche dell’insegnamento. Raccontaci della tua esperienza alla prestigiosa Scuola Popolare di Musica di Testaccio.
Diciamo che ho avuto anche questa esperienza… mi ero rivolto a quella scuola per avere delle lezioni, ma l’insegnante Mario Fales, mi considerò più utile come insegnante che come allievo – sorride.
L’impatto fu difficilissimo, tutti gli studenti conoscevano molto meglio di me il repertorio “classico” dei chitarristi fingerpicking e volevano che io gli insegnassi da Blue Finger di Jerry Reed a Genesis di Jorma Kaukonen, Foxglove di Bruce Cockburn,… Così ho dovuto sbrigarmi ad impararli. Sicuramente ho imparato più da loro.
Alla fine del primo anno di corso mi regalarono il cofanetto degli LP completi dei Beatles!
Parole di un grande insegnante e di una bella persona.

Hai suonato con Stefan Grossman e John Renbourn. Come è nata la collaborazione? E cosa ha significato per te?
Anche da Stefan, che allora viveva nei pressi di Roma, andai per chiedere lezioni. Me ne diede un paio, poi mi disse: ‘Non ti darò più lezioni, suoni già troppo bene. Ma non sai un accidenti di musica, vieni qua e ascolta i miei dischi’. Cosa che ho fatto, in ogni ritaglio di tempo, dal 1981 al 1987.
Stefan aveva una delle pochissime etichette discografiche specialistiche, la Kicking Mule. Casa sua era frequentata “bene”, potevi incontrarci, come mi è capitato, John Fahey o Dave Van Ronk.

Sarebbe il sogno di tutti noi musicisti.
Era davvero un sogno. Sarò sempre grato a Stefan per avermi dato questa possibilità. E poi, si chiacchierava, si esprimevano i rispettivi gusti, si provavano chitarre…
Così, un giorno, nel 1986, mi disse: ‘Facciamo quattro serate al Folkstudio con John (Renbourn)…Vuoi suonare con noi?’.
Che avresti risposto?
‘Certo, facciamole suonare queste chitarre!’
Dire che me la facevo sotto è pochissimo… pensa che ogni sera ho montato una muta di Martin nuove e, a me cambiare le corde è una cosa che sta sullo stomaco, ma erano inservibili dopo mezz’ora di mio intervento.
Stefan mi conosceva benissimo chitarristicamente, ma per non fare brutta figura con l’altro mio mito nelle quattro serate ho fatto quattro scalette completamente diverse.
Alla fine dell’ultima serata ho avuto l’inaspettato piacere di sentire Stefan che mi invitava a partecipare al loro tour europeo e John dirmi con aria stupita: ‘Tu hai suonato ogni sera pezzi diversi!’.
L’impegno era stato premiato in modo superiore alle mie speranze ed anche alle mie possibilità, perché non mi fu possibile partire con loro.
Sicuramente tutto era più che meritato. Devi essere fiero di te stesso. Una grande soddisfazione anche se non hai potuto condividere con loro il tour. Complimenti per l’impegno riguardo alle diverse scalette.

All’inizio del XXI secolo sono stati pubblicati circa 70 dei tuoi arrangiamenti sul sito americano Fingerstyle Guitar Resource Center, gestito da Larry Kuhns. Musicisti di tutto il mondo hanno quindi seguito i tuoi insegnamenti. Deve essere stata una grande soddisfazione, cosa ne pensi?
Cara Elisa, è bellissimo ricevere una e-mail dalla Russia, nella quale ti viene detto ‘Ti considero il mio vero maestro di chitarra’ e in allegato gli mp3 dei miei arrangiamenti suonati molto meglio di come li suoni io e persino degli inediti, esattamente come li avrei pensati io…
O vedere un cinese che in ufficio si registra un video con uno dei miei primissimi brani originali.
Nella realtà quello che è successo è stato di conoscere, attraverso quest’attività, un’enorme quantità di persone con la maggior parte delle quali ho potuto stabilire un rapporto di vera amicizia.
Per esempio, l’ultima volta a New York sono stato a casa di Jack R. Baker, insegnante di Chitarra Fingerpicking alla New York University, conosciuto tramite quel sito web che hai citato.
Oppure, Boris Bursaç, altro fecondo “contributor” del sito di Larry Kuhns, con il quale abbiamo suonato più volte insieme in Italia, in Croazia ed in Slovenia.
Per darti un’idea, Larry mi scrisse che i download dei miei arrangiamenti nel primo anno erano oltre 10.000.
Proprio vero che la musica è il linguaggio universale, non ha confini e crea belle amicizie.

Quale messaggio vuoi trasmettere con le tue composizioni?
Nessun messaggio universale… Di solito le scrivo per una singola emozione e cerco di rappresentarla in modo da poter sperare che qualcuno ascoltando provi la stessa emozione che l’ha generata… o qualche altra cosa, purché positiva.

Quale emozione ti ha portato a scrivere Lovin’ that woman, brano incluso nel disco Train-ing (fingerpicking.net, 2007)?
È una delle cose più strane che mi siano successe. L’ho scritta guardando l’unica scena di un cortometraggio, del quale ho scritto la colonna sonora, in cui compare il viso di una ragazza dietro una tenda, di quelle che si chiamavano “veneziane”, di plastica verdone le cui “stecche” lasciavano intravedere il suo viso.
Avrei preferito che l’emozione fosse stata quella di immaginare esattamente quella musica in quel momento, in realtà, la colonna sonora era già completa senza aver visto il film, solo leggendo la sceneggiatura.
Non mi aspettavo quell’immagine e non ero attratto da quel viso in modo così emozionante, è stata la scena.

Come è nato il disco It’s The Time! (Lizard, 2007)? Fretwalkin’ (Fingerpicking.net, 2004)? E Train-ing (Fingerpicking.net, 2007)?

Avevo arrangiato probabilmente alcune centinaia di canzoni, avevo trovato quello che mi sembra di poter definire “il mio stile” che, come succede a volte, si caratterizza più per i suoi difetti che per altro, volevo fare un disco, era ora! It’s The Time! Ma quel titolo si riferiva anche, ambiguamente e contemporaneamente, a quella che credo la mia qualità migliore e difetto peggiore: la qualità di non essere legato ad un ostinato e, per me, a volte fastidioso basso alternato, ma di riuscire a fare un misto di piccoli strummin’ e bassi con quello che mi sembra un buon andamento ritmico; il difetto peggiore non essere mai veramente nel tempo metronomico.

Quindi It’s the Time era insieme l’essere contento e frustrato di caratteristiche che hanno a che fare col tempo musicale.
Ma non avrei fatto il disco se non avessi conosciuto, tramite un amico comune, un fonico, Alessandro Riva.
Ha registrato i quattordici brani dell’album in due sessioni da un paio d’ore ciascuna senza nessuna forma di editing, scelte le versioni migliori e basta.

Fretwalkin’ è stato un po’ il seguito di quel disco, registrato a casa di Alessandro Riva, con altri arrangiamenti che volevo pubblicare e che non potevano entrare nel primo CD.
Mentre Train-ing è stato il primo disco che ho registrato in studio e che ha subito una masterizzazione. Tra l’altro, a farla è stato il mitico Marcello Spiridioni, quello che ha fatto i master di Dalla e di Una donna per amico, ed è stato anche il primo disco a contenere dei brani originali, ce ne sono quattro.

Dall’ottima collaborazione con l’amico Reno Brandoni hai avuto anche il ruolo di Direttore Artistico dell’etichetta discografica fingerpicking.net. Puoi spiegarci quali sono i tuoi compiti?
Beh, questa risposta è semplice e breve: Reno si fida del mio gusto, ho il compito di dire cosa mi piace, che  pubblichiamo nel nostro catalogo, e cosa non mi piace, che non pubblichiamo – ride.

Ti va di parlarci del tuo prossimo progetto?
Tutto è partito da lunghissime nottate in chat con il grande, ed ormai grande amico, Riccardo Zappa.
Un altro grande artista che mi ha sempre incoraggiato e che si è offerto di farmi da guida/produttore artistico per il mio prossimo CD.
Diciamo che le chiacchierate sono state d’aiuto ad entrambi: pochi mesi fa lui non avrebbe mai immaginato che l’avrei convinto a pubblicare il suo nuovo CD in uscita prima del mio!
Insomma, man mano che inviavo materiale, anche lui cominciava a mandarmi delle sue cose, bellissime, mettendole a mia disposizione con grande generosità.
Ma il fatto è che non vedevo uno stile chitarristico, che peraltro amo senza riserve, più lontano dal mio, e poi mi sembrava il caso che lui facesse il suo disco, con quei bellissimi brani.
E così, mi sono trovato ad essere molto incoraggiato nello scrivere nuovi pezzi, qualcuno lo avevo già, qualcuno è nato proprio in questi ultimi mesi, se non settimane… tanto da ridurre la quota di cover a tre, quattro pezzi.
Ma c’è di più, non riesco, neanche nei brani originali, a produrre se non delle cose che sembrano arrangiamenti di canzoni. Così ho pensato, sempre col conforto di Riccardo: ‘facciamo qualche canzone!’.
Ho chiesto a Riccardo Sonzogni, un amico fraterno conosciuto sul forum di fingerpicking.net, di scrivere dei testi.
L’ho fatto perché avevo letto i testi che aveva scritto per delle sue canzoni: è straordinario. Anche con lui ore ed ore di discussioni nelle quali ha voluto sapere tutto delle emozioni che avevano fatto nascere le melodie.
A questo punto, un paio di mesi fa, sono andato in studio a registrare un provino con Delia Morelli, la cantante che lo scorso anno ha cantato con me in Franciacorta.
Ho chiesto a Lucrezio De Seta, il proprietario dello studio, batterista abbastanza bravo da essere stato al fianco di Alex Britti e nella PFM nel tour 2013, di suonare la batteria. Lui lo ha fatto con grandissimo gusto e si è addirittura offerto di co-produrre il disco, ma, dice: ‘ci vorrebbe un basso, meglio un contrabbasso’.
C’era un mio compagno di scuola, Paolo Damiani, che dopo aver suonato un po’ la chitarra, si era dato al contrabbasso e, mi sembrava, anche con buoni risultati. Si dà il caso che nel frattempo lui sia stato l’unico non francese a dirigere l’Orchestra Nazionale Jazz di Francia e sia direttore del dipartimento di musica jazz a S. Cecilia.

Ma io, faccia di bronzo, avuto il suo cellulare, l’ho chiamato nello scorso agosto:
‘Ciao Paolo, sono Giovanni Pelosi.’
‘Giovanni Pelosi… addirittura? Ma quanti anni che non ci sentiamo?’
‘40 circa… come stai?’

Ok, dopo brevi convenevoli e qualche amarcord, ho sparato la mia cartuccia: ‘Ti ricordi che nel 1971 mi hai fatto venire in uno studio di registrazione a registrare tre pezzi tuoi?’
‘Certo che mi ricordo!’
‘Ok, è ora di restituire la cortesia’
‘Con grande piacere!’

E così, ho cominciato a mandargli del materiale che gli è piaciuto molto. Nel frattempo ho chiesto ad Alessandro Papotto, eccellentissimo flauto, clarinetto e sax alto del Banco del Mutuo Soccorso, a Rodolfo Maltese e a Riccardo Zappa di venire a registrare con me.
Tutti lo faranno non da turnisti, ma per amicizia e passione. Una cosa straordinaria, davvero, che mi sta ovviamente ponendo il problema opposto a quello degli ultimi miei 35 anni di musica: orchestrare da pezzi nati con la chitarra.
Sarà un insieme di strumenti, forse mai sperimentato: una chitarra acustica, un violoncello a 5 corde (le 4 normali più una corda da contrabbasso, è lo strumento che Damiani si è fatto fare nel 2009 da un liutaio francese), una chitarra 12 corde (Zappa), una elettrica (Maltese), alternativamente, i tre strumenti a fiato di Papotto, la batteria o le percussioni di Lucrezio, le voci.

Un arrangiamento molto impegnativo, ma che sicuramente riuscirai a realizzare con un ottimo risultato!
L’arrangiamento non è impegnativo, è impossibile per me…
Sto trasmettendo delle richieste di massima, ma voglio che ognuno di loro ci si metta in prima persona, col proprio stile e con le proprie idee… semmai le ridiscuteremo, ma non voglio un’orchestra, voglio un gruppo.

Grazie di cuore, sei stato gentilissimo a rilasciarci quest’intervista. È un grande piacere averti conosciuto così a fondo come persona e come artista. Non vediamo l’ora di poter ascoltare il nuovo disco.

Contatti

Visita il sito ufficiale e il canale YouTube di Giovanni Pelosi

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