Intervista a Missincat

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Leggo dalla tua biografia che all’inizio della tua carriera nel 2007, hai preso i bagagli, la tua chitarra e ti sei trasferita a Berlino, la mecca per gli artisti. Cos’è che rende Berlino una città così d’appeal per i musicisti? In che modo questa fervente città ti ha permesso di crescere e formarti in ambito musicale?
Penso che quello che rende Berlino così appealing per gli artisti sia proprio il fatto che è un vero porto di mare per l’arte. Ci sono artisti che vivono a Berlino, che si trasferiscono a Berlino, che lavorano, collaborano, rimangono lì per un po’ e poi ripartono. Fare arte a Berlino è una cosa normale come fare l’insegnante; ciò porta a uno stato d’animo di grande libertà, di spinta all’espressione, a osare, a creare, a sentirsi più liberi di esprimersi.

Cosa ama di te il pubblico tedesco?
Sicuramente il fatto di essere italiana, mi vedono come ‘esotica’. I tedeschi amano l’Italia, hanno un certo stereotipo di noi italiani, a volte un po’ naïf; nonostante ciò, regolarmente deludo questo stereotipo perché ho la pelle chiara, sono bionda e quindi mi confondo tra loro. Non saprei di preciso dire quale sia la cosa che li affascini di più di me e della mia musica, ma sicuramente il lato ‘esotico’: loro hanno il mito della personalità italiana, anche se non corrispondo allo stereotipo che loro hanno del cantante italiano, più focoso, ilare, mediterraneo.

La gran parte dei brani che componi è in inglese, la lingua universale. In che modo questa lingua ti permette di esprimere le tue emozioni?
L’inglese è una lingua molto musicale, secondo me, sia perché lo è oggettivamente, per l’utilizzo delle consonanti e delle vocali, per la possibilità di abbreviare le parole e usarle in un modo molto semplice, ma anche perché è una lingua diretta i cui concetti arrivano diretti. Mentre nell’italiano bisogna spiegare sempre il concetto, l’inglese ha delle immagini molto dirette, concise, che sono vincenti per la scrittura. Poi penso che sia importante perché ascolto canzoni in inglese da una vita: i Beatles, dai dischi di papà, ecc. Non posso dire sia diventata la mia madrelingua ma sicuramente riesco ad esprimermi molto bene. Ho scritto solo un pezzo in italiano, una volta sola. Interpreto Capita con Dente, il testo è suo. La lingua italiana probabilmente mi offrirebbe un altro livello di espressione… lo farò.

Parliamo della tua collaborazione con questo noto cantautore italiano, Dente. Nel tuo secondo album WOW (2011) troviamo infatti il brano di cui ci parlavi: Capita. Com’è nato questo sodalizio musicale? Quali sono le cose che avete in comune musicalmente?
La cosa divertente è che noi tanti anni fa, prima di fare questo pezzo insieme, siamo diventati amici, però la nostra amicizia è nata grazie alla nostra musica. Mille anni fa, quando c’era MySpace, Dente aveva scovato dei miei pezzi e mi aveva scritto, mi aveva chiesto l’amicizia, (non mi ricordo come funzionasse); di conseguenza anche io ho ascoltato dei suoi brani, che mi sono piaciuti subito moltissimo. Eravamo così fulminati l’uno dalla musica dell’altra che ci siamo incontrati e poi abbiamo iniziato ad uscire insieme come amici. Per anni abbiamo detto ‘Dobbiamo fare qualcosa insieme!’ e alla fine abbiamo collaborato per questo pezzo. Io abitavo già a Berlino, quindi l’abbiamo scritto via Skype. Tutto questo per dire che c’è una sensibilità musicale molto simile che ci accomuna.

Com’è stato ritornare alle tue ‘origini italiane’?
Bello, davvero bello. Avevo il pregiudizio che cantare in italiano con la mia voce non suonasse così cool come cantare in inglese, invece ho notato che non era poi così male, e mi sono detta ‘forse dovrei provare…’. Negli ultimi anni però sono stata molto poco in Italia, non ci sono mai stata più di quattro, cinque giorni; perciò non ho avuto l’opportunità di trovare ispirazione, perché comunque il linguaggio è il veicolo e se non parli la lingua tutti i giorni non ti vengono in mente idee, immagini.

“Le canzoni di Missincat sono dolci filastrocche cantate da una voce che contiene dentro di sé sia il candore di una bambina sia lo sguardo acuto e smaliziato di un adulto. Sono dei piccoli ritratti di vita, di amore desiderato, vissuto e lottato appoggiati su semplici arrangiamenti essenzialmente basati sul duo chitarra acustica e batteria” dice di te la critica. Dei tuoi brani nascono prima le melodie o le parole?
Nascono sempre prima le melodie, di solito prendo la chitarra o sono seduta al piano e faccio un giro, qualche intervallo, qualche accordo e questo mi ispira una melodia della voce, poi ci incastro qualche parola. A volte ho pezzi interi completamente arrangiati in cui canto sciu sciu la la la e poi scrivo i testi.

Le tue canzoni sono infectious, infettive, virali;  il tuo stile che incanta il pubblico si rifà al tuo mantra quiet is the new loud; hai dei modelli ai quali ti sei ispirata?
I modelli cambiano sempre ma penso che quelli che rimangono più radicati siano i primi ai quali un artista si è ispirato, soprattutto quelli che non muoiono mai. Penso che i classici della musica sono quelli che rimangono e che piacciono tutta la vita. Ora magari ho un disco che mi piace moltissimo e che ascolto diverse volte in un giorno, però sicuramente quando avrò novant’anni mi piacerà ancora ascoltare Lou Reed, Leonard Cohen. Questi rimarranno per sempre dei classici, almeno per me.

Mi ha molto colpito il fatto che Amy Winehouse nel 2006 e nel 2010 ti avesse scelto come supporter per il suo tour in Germania. Un tour che ti ha aperto nuove frontiere: hai suonato in Australia e negli Stati Uniti, oltre che in Europa. Com’è nata questa collaborazione? Quali sono le caratteristiche della tua musica che la fanno amare a qualsiasi tipo di pubblico e Nazione?
Sicuramente ciò che viene apprezzato è il messaggio diretto che la mia musica dà, oltre al fatto che ho una scrittura semplice sia a livello armonico che melodico. Credo che piaccia la mia autenticità. Cerco di fare sempre quello che viene dal cuore e quello di cui ho voglia. La mia musica può non piacere, però non potranno dire che non è sincera, questo è il mio stile e mi rappresenta.
Per quanto riguarda la domanda della collaborazione… ai tempi di MySpace, c’erano i talent scout e gli artisti non cercavano niente ma venivano trovati. Erano altri tempi! Mi ero appena trasferita a Berlino e un’agenzia di booking tedesca mi aveva contattata dicendomi che le piacevo un sacco. Dopo qualche mese mi avevano chiamata mentre ero in studio a registrare il primo disco e mi avevano proposto di aprire il concerto di Amy Winehouse. Io non la conoscevo ancora, dopo aver ascoltato qualche pezzo ho accettato.

Dal primo album Back On My Feet (2009) sono passati diversi anni, inizialmente la tua musica era solo voce e chitarra una scelta stilistica: less is more o una necessità economica?
Assolutamente una scelta stilistica. Ho suonato diversi anni in una band dove ero bassista, scrivevo, facevo cori, ecc. Nella band suonavamo sempre al massimo volume e contemporaneamente, avevo bisogno di ripartire dall’essenziale, di capire cosa fosse veramente necessario nell’arrangiamento di un pezzo; quindi ho fatto questo disco fondamentalmente da sola. Non ho fatto entrare nessuno in studio, ho lavorato solo con un fonico fino al momento in cui abbiamo finito e stavamo per mixare. Non volevo che la gente entrasse e mi dicesse ‘perché in quel punto non ci metti una batteria?’ o ‘qui ci starebbe bene un basso’. Ora però sto vivendo un momento di controtendenza, perché dopo tanti anni di musica tendenzialmente scarna, adesso ho voglia di suono, di riempire.

Già dal secondo disco WOW (2011) la chitarra e la voce sono arricchite da strumenti come banjo, mellotron, archi e celesta. Una ricerca di suoni particolari; cosa ti ha portato a scegliere questa tipologia di strumenti?
In quel momento, al contrario di adesso, ero molto fissata con l’acustico, non volevo un suono che avesse una coda, volevo un suono che finisse lì; infatti il banjo e il contrabbasso sono strumenti che non hanno coda. Abbiamo fatto quindi un disco così: senza scie, molto asciutto, però arrangiato; c’erano strumenti giocosi, era un po’ circense, un po’ ‘jazzato’. Ora, invece, sto lavorando su dei suoni molto più intensi, più fluidi, liquidi, pieni di riverberi e di code. Vedo la mia carriera non come dei gradini ma come delle onde, un sali-scendi naturale, un po’ come i colori della moda.

Ora sta per uscire il tuo terzo disco solista, che hai finanziato con una campagna crowdfunding; perché questa scelta? In che modo i tuoi fan possono contribuire a darti una mano per la realizzazione di quest’album?
La campagna crowdfunding è finita, quindi grazie all’offerta abbiamo già finanziato la pubblicazione del disco. Penso che noi musicisti di oggi stiamo tutti cercando un modello alternativo al vecchio modello discografico, che è fallito. Quello del crowdfunding è una possibile alternativa ed è una cosa molto bella perché ti mette in contatto con i tuoi fan, che farebbero di tutto per te e questa è una cosa che appaga moltissimo! D’altro canto è anche un rapporto faticoso perché si è sempre in contatto: improvvisamente ci sono decine e decine di persone a cui prometti di essere presente, quindi poi devi esserlo. Molto bello ma molto impegnativo. Sono molto contenta di averlo fatto, ma affermare che questa sia una soluzione alla crisi della discografia direi proprio di no. Bisogna arrivarci in qualche altro modo!

Ci darai un’anticipazione del nuovo album durante il concerto di questa sera?
Questa sera suonerò quasi tutto materiale nuovo!

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