Intervista ad Alessandro Sipolo. Italiano di nascita, ma uomo del mondo

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Siete pronti a raggiungere terre lontane? Lasciatevi sedurre ed incantare dai ritmi latini e gitani e dai testi profondi di una musica dai mille colori.

Nato a Iseo (Brescia) nel 1986, figlio di mantovani e nipote di agricoltori veneti, Alessandro Sipolo è un “giovane cantautore dalle sonorità fresche e coinvolgenti…” (Jam maggio 2013 – Roberto Caselli), impegnato nel diffondere ideali e valori di vita anche attraverso un importante ed universale linguaggio quale la musica, dando vita a testi e melodie capaci di farci riflettere e al tempo stesso sognare trasportandoci in terre lontane.
La musica di Alessandro è una fusione di diversi generi: folk, gipsy, sudamericana, country, latin, ska e gitana, una musica ricca del calore della gente che ha incontrato nei viaggi in Spagna, Grecia, Turchia, Bosnia, Serbia, Croazia, Francia, Portogallo, Marocco, Germania, Giordania, Cile, Bolivia, Argentina e Perù; non manca però lo stile tipico della tradizione cantautorale italiana.

Discografia

Eppur bisogna andare, l’album di esordio uscito nel 2013, è un disco dalla forte personalità e coraggio; coraggio di partire e di affrontare la vita lontano da casa, alla scoperta del mondo interiore e di quello che ci circonda attraverso il viaggio. Una riflessione sull’identità e sulla  sopravvivenza  in tempo di crisi economica e culturale. Amore per i popoli, per le culture, per gli incontri, per la vita, per la resistenza, per la terra e per il lavoro quale diritto universale. Un album ‘vissuto’, dai ritmi vivaci delle danze gitane, latine e di tante altre genti e che ha visto la collaborazione di band fusion e latin della città di Arequipa (Perù) oltre che di noti artisti italiani.
Alessandro Sipolo (testi, musiche e arrangiamenti, voce, chitarre e charango) con la collaborazione di: Marco I. Alarcón (charango in Per Strada), Maria Alberti (cori), Jorge L. Barrios (batteria in Per Strada), Giorgio Cordini (chitarre, bouzouki, musiche e arrangiamenti, produttore artistico), Andrea D’Alesio (batteria, percussioni), Valerio Gaffurini (pianoforte), Angelo Gatti (basso), Omar Ghazouli (chitarre, voce, musiche e arrangiamenti), Eduardo A. Guillen (trombone in Per Strada), Giorgio Guindani (pianoforte, fisarmonica, clarino, flauto traverso), Alvaro T. Huerta (basso in Per Strada), Paolo Malacarne (tromba), Yawar Mestas (chitarra in Per Strada), Cristina Sipolo (cori in MagiaBordeaux), Gisella Sipolo (cori in MagiaBordeaux), Mattia Terzo (chitarra in Per Strada) e Stefano Zeni (violino).


“ […] Oltre l’odio degli obesi di una civiltà in declino, regolare è già ogni uomo e ogni cuore clandestino”
Alessandro Sipolo in Migranti 

Intervista

Il viaggio è spesso sinonimo di cambiamento. Ti ha cambiato in qualche modo il viaggio in Sud America? Se sì, come?
Direi che l’anno in Sudamerica, più che avermi cambiato, ha fortemente consolidato le mie idee; le ha in sostanza radicalizzate.

Il Sud America è un continente affascinante, ogni Paese ha una propria peculiarità. Potresti raccontarci un episodio oppure descriverci un’immagine o una persona che hai nel cuore per ogni Stato sudamericano che hai visitato?
Davvero difficile riassumere in qualche riga un anno di meraviglie. Però per non evadere la domanda direi: per il Perù  il Barrio Juan XXIII di Arequipa, con la sua polvere, i suoi cani randagi e i suoi bimbi con gli occhi da adulti; per la Bolivia la magia del Titicaca e il fascino feroce di La Paz; per l’Argentina Córdoba e le sue donne, belle da farti perdere il sonno; per il Cile il caos festoso di  Valparaíso e il viso di  Nicolet, che ci offrì il divano e un capodanno indimenticabile.

Con Eppur bisogna andare intraprendi in un certo senso un vero e proprio viaggio linguistico, superando i confini della lingua. Hai scritto infatti i testi in italiano, inglese, francese, dialetto bresciano e spesso sono presenti frasi in spagnolo. Come è nata l’idea di scrivere in diverse lingue anche all’interno dello stesso brano? Scrivi generalmente prima il testo o la melodia?
I linguaggi sono sistemi di simboli che ci permettono di esprimere il mondo interiore ed esteriore.
Sono convenzioni, artifici, che gli esseri umani hanno creato per potersi intendere. Per entrare in relazione. Conoscere altre lingue significa avere l’opportunità di definire la realtà con nuovi strumenti. Significa aprire e vedersi aprire nuove porte. Insomma, se avessi il tempo per farlo, studierei di continuo nuove lingue straniere… Oggi, che ci piaccia o meno (e a me piace assai), viviamo in una società sempre più multiculturale e meticcia. Dunque attraverso la mescolanza e l’alternanza di generi musicali e di lingue differenti cerco semplicemente di interpretare lo spirito del mio tempo.
La melodia per me è un vestito funzionale a valorizzare al meglio il testo.  Non importa molto se mi compaia in testa prima un concetto o una melodia. Certamente a pezzo concluso la seconda è sempre subordinata al primo.

Giorgio Cordini ha creduto e crede ancora tanto nel tuo talento musicale, è stato infatti produttore artistico di Eppur bisogna andare, dove ha collaborato con te nelle musiche, negli arrangiamenti, alle chitarre e bouzouki. Hai aperto spesso suoi concerti come quello del magico trio dei musicisti di De André: Cordini – Bandini – Arcari.  Nell’intervista
 che ci ha rilasciato lo scorso giugno Giorgio ti ha definito: ‘un cantautore di grande talento con una voce profonda e originale, molto impegnato nei testi che compone e con un istinto musicale che sa coinvolgere l’ascoltatore sia nel ritmo che nella melodia. Meriterebbe di essere già su palchi importanti, ma bisogna avere pazienza, sono certo che arriverà il suo momento.’
Cosa hai potuto imparare da un veterano della musica ‘raffinata’ come Giorgio? Come descriveresti il tuo rapporto con lui?
Ho imparato e continuo a imparare molto. Purtroppo per me non potrà mai trasmettermi il suo modo di suonare perché il ‘tocco’, la pulizia dell’esecuzione, non sono cose che si possono insegnare né apprendere.
Dunque, per evitare la piaggeria, citerò soltanto un aspetto: l’attenzione al dettaglio. La cura del particolare. Il perfezionismo. Questo a mio avviso, insieme a un indubbio talento, ha contribuito a renderlo un grande nome della musica italiana.
Con Giorgio s’è instaurata una bella amicizia, oltre ad una condivisione artistica. Il nostro è un rapporto franco e diretto. Ci confrontiamo con grande schiettezza senza mai scalfire il rispetto reciproco, anche quando le idee musicali divergono. Proprio per questo questa collaborazione continua ad essere molto arricchente per me. Io fatico a sopportare ogni tipo d’imposizione e  lui ha sempre rispettato con grande eleganza la mia indole, sebbene abbia molta più esperienza di me.


Nel 2013 ho avuto il piacere di ascoltarti tra i concerti dell’ultima serata della decima edizione del Festival Acoustic Franciacorta, un grande palco per i chitarristi e cantautori italiani e internazionali. Nell’occasione hai suonato dopo il noto fingerpicker Reno Brandoni e prima di Ed Gerhard, vincitore di un Grammy Award.  Ricordo che suonavi una chitarra a te molto cara, boliviana, acquistata durante il viaggio in Sud America. Potresti raccontarci le caratteristiche di quella chitarra?
Quella è una chitarra ‘povera’. Di scarsissimo valore commerciale. Però da subito ho amato il suo suono grezzo e il suo manico comodissimo. La comprai da un liutaio dietro l’Iglésia de San Francisco, a La Paz, per due soldi. Sono convinto che  valga ancora meno (la mia faccia da gringo non ha mai favorito i miei acquisti in Sudamerica). Con i soldi risparmiati rispetto all’acquisto di una chitarra ‘seria’ mi sono potuto regalare un lungo viaggio coast to coast da Valparaíso a Buenos Aires.  Per questo le sono grato.
Continuo a pensare che lo strumento stia al cantautore come le scarpette al calciatore: per quanto costose possano essere, non sono loro a fare la differenza. Maradona era il numero uno anche a piedi nudi…
Ovviamente per  il concertista o per il virtuoso dello strumento il discorso è differente.

Tra le persone da cui trai ispirazione è da citare Salvador Allende. Ti è mai capitato di cantare il brano del famosissimo cubano Carlos Puebla: Elegía a Salvador Allende?
No, non l’ho mai cantato. Quando voglio respirare Salvador Allende ascolto Víctor Jara. E a volte lo canto.

La scorsa edizione del 64esimo Festival della Canzone Italiana di Sanremo (2014) ha registrato un boom di candidati alla sezione Nuove Proposte, il 63% in più rispetto all’anno precedente. Facevi parte di quel gran numero e sei arrivato tra gli ultimi 60 giovani finalisti con Assenze, brano profondo che racconta l’emigrazione dei giovani italiani. Considerando la complessità dell’evento hai raggiunto un ottimo risultato. Perché avevi scelto di partecipare con questo brano? Dato che non è inserito in Eppur bisogna andare mi viene da pensare che farà parte del tuo prossimo album… puoi darci qualche anticipazione?
Sto preparando un nuovo concept album, sempre in collaborazione con Giorgio Cordini e Omar Ghazouli,  e sono molto contento di come i nuovi brani stiano prendendo forma.
La canzone con cui mi sono proposto al Festival di Sanremo parla d’emigrazione italiana al tempo della crisi. Le ‘assenze’ descritte nel brano sono quelle dei tanti amici e conoscenti che sono dovuti andare all’estero per trovare un lavoro ed un salario degni di tale nome. Esattamente come avevano fatto i nostri bisnonni all’inizio del secolo scorso.
Oggi l’Italia esporta lavori di qualità ed importa bassa manovalanza. Questo è un dramma nazionale non abbastanza compreso. Lo Stato investe denaro per formare professionisti che poi faranno la fortuna di altre economie. Questo è uno dei fattori del nostro declino. Ogni contadino ci insegna che se continui a seminare senza mai essere in grado di raccogliere prima o poi muori di fame.
Ho deciso di provare a partecipare a Sanremo a modo mio, parlando di un tema che ritengo cruciale ed evitando il solecuoreamore. Non è andata bene. Esserci andato vicino sinceramente non mi consola.

Tra i vari concerti mi ha colpito la tua scelta di suonare al Carcere di Verziano (Brescia) nel maggio 2013. Potrebbe avere qualche relazione con il rendere omaggio alla musica del grande Johnny Cash come fai spesso ai live? Per rinfrescare la memoria ai lettori è meglio precisare che Johnny Cash aveva inciso forse il suo album più famoso in un live al carcere di massima sicurezza della californiana Folsom (At Folsom Prison, 13 gennaio 1968)​​. Che repertorio hai suonato in quell’occasione?
Ho suonato le mie canzoni, come sempre. Il concerto in carcere non è stato un evento spot. È stato la conclusione di un percorso di conoscenza e condivisione. Ho tenuto un breve laboratorio di scrittura e composizione musicale in quel carcere. Io e i partecipanti al laboratorio, attraverso quattro incontri, abbiamo composto un brano che affronta la tematica del viaggio, in carcere. Abbiamo riflettuto sul significato del viaggio in un luogo che realizza la negazione della libertà di movimento. È stato un azzardo da parte mia. Ma i ragazzi e le ragazze hanno accolto la mia proposta con un calore ed una sensibilità che non scorderò.
Nei concerti spesso suono Folsom Prison Blues per ricordare la condizione disumana dei carcerati e delle carcerate in Italia. Assenza di spazi. Trattamenti degradanti. Assenza di alternative.
Leggi classiste che imprigionano i disperati e salvano sistematicamente i colletti bianchi.

Da buon musicista diffondi diversi messaggi sociali con la tua arte. Un movimento che ti ha segnato particolarmente è quello della Resistenza. Sei membro dell’A.N.P.I. e partecipi attivamente a diverse manifestazioni in ricordo dei martiri partigiani. Nella tua carriera musicale è da segnalare l’attività nella band ‘Le Scarpe Rotte’ che riproponeva alcune canzoni partigiane. Alla Resistenza e ai partigiani molti artisti hanno dedicato brani, tanto per citarne uno Partisan di Leonard Cohen; anche tu hai dedicato un bellissimo brano a questo tema: Resistensa (scritto in dialetto bresciano, nona traccia di Eppur bisogna andare). Si racconta del viaggio fisico verso la montagna e metaforico contro il nazi-fascismo, compiuto da un uomo semplice che va incontro alla via della Resistenza armata per istintiva insofferenza verso le imposizioni del regime. I versi ‘[…] Raccontami allora un po’ tu partigiano col nodo in gola che dietro a un bicchiere di rosso sai insegnarmi più che a scuola ciò che era la montagna. Scarpe rotte, fucile in mano per rimettere a posto l’Italia costretto anche tu ad ammazzare…’ delineano perfettamente quest’immagine di un ragazzo che ha sete di conoscere il proprio passato, di scoprire e capire cosa ha segnato la vecchia generazione che ha visto la perdita prematura dei propri compagni ‘[…] ci hanno detto che abbiamo vinto, che ha vinto la libertà. Però quel che abbiamo perso sono i compagni che non sono più tornati, quelli che hanno lasciato sul monte il sangue fresco dei loro vent’anni ed il bacio da dare alla mamma e un domani che non verrà mai’. Nel libretto del tuo album hai ringraziato tra gli altri due partigiani: Lino ‘Modros, per il fucile imbracciato a sedici anni e per avermi ispirato Resistensa’ e Mahem ‘per la magia dei suoi versi e per le correzioni su Resistensa’. Il 15 giugno 2014 hai suonato alla Festa della Resistenza di Rovato in ricordo di quegli stessi partigiani che ti avevano raccontato le loro storie. Tieni vivo il ricordo di quella fiamma di libertà che ardeva nei cuori dei giovani che non si preoccupavano di essere anticonformisti e che sognavano un Paese libero dalla dittatura. Siamo nel XXI secolo, ma il mondo non ha imparato abbastanza, soffre ancora per le guerre e le dittature. Pensi che la musica abbia il dovere di focalizzarsi di più su questo tema così delicato che oscura e uccide migliaia di persone ogni giorno? La musica va al di là dei Governi o almeno così dovrebbe…
‘A canzoni non si fan rivoluzioni’, diceva giustamente un Guccini avvelenato dagli invasati del suo tempo.
Però certamente la musica e la parola possono contribuire a fare memoria. Per me la Resistenza italiana rappresenta un bagaglio politico e culturale che porto fieramente con me ovunque vada. È stata un’esperienza giovanile, femminista, democratica, pluralista, multiculturale, libertaria.  Concetti oggi necessari tanto quanto allora.

Il testo di Migranti (versione parlata), quinta traccia dell’album, è tratto dal libro omonimo al disco, ancora in fase di stesura. Raccontaci qualcosa riguardo al libro. Sarà una raccolta delle esperienze che hai vissuto in prima persona durante il viaggio in Sud America, una specie di diario di viaggio, o una dedica ai migranti?
Il libro voleva essere ‘la tredicesima canzone’ del disco. Un racconto autobiografico dell’anno ad Arequipa più rivolto all’interiorità che alla narrazione delle esperienze concrete. Non so se lo finirò mai. Sono troppo lento per la prosa. Per questo forse le canzoni sono il mio sbocco naturale. Mi costringono alla sintesi.

Hai svolto attività di volontariato in campi rom e in Perù. Sostengo che entrare in contatto con le persone sia sinonimo di scambio e quindi crescita. Cosa ti hanno saputo regalare coloro che hai aiutato? Sei rimasto in contatto con alcuni di loro?
Per poter scrivere la tesi di laurea ho studiato per diversi mesi la storia dei rom d’Europa. Ad un certo punto ho sentito il bisogno di conoscere persone, non solo parole e numeri. Così ho iniziato un’esperienza di volontariato in un campo rom bresciano. Il mio apporto è stato minimo. Solo un po’ di doposcuola per i minori. Non credo d’essere stato davvero d’aiuto a nessuno. Quando la sera io tornavo nella mia comoda abitazione loro restavano lì, nel ‘campo nomadi’ (per gente che nomade non è più o non è mai stata), un obbrobrio tutto italiano.
Loro invece mi hanno aiutato molto. Per esempio confermandomi che effettivamente la scuola italiana spesso continua a discriminare gli alunni rom trattandoli come se fossero disabili e proponendo loro percorsi scolastici non adeguati alla loro età. Oppure mostrandomi come nei campi rom vigano leggi e restrizioni speciali che non si applicano agli altri cittadini o residenti.

I tuoi ritmi sono stati influenzati dalla musica gitana, un omaggio alle genti rom, sinte, manouches e calos è Domingo, una rumba gitana che parla del viaggio come fuga dalla routine quotidiana. A mio parere l’Italia è ancora un Paese di pregiudizi fomentati dall’ignoranza e dalla ‘paura dello straniero’, per sfatarli potresti raccontarci qualche bel momento di festa e scambio culturale con queste persone che di diverso da noi hanno solo la lingua, il colore della pelle e le abitudini?
Comincerei  dicendo che buona parte dei rom e dei sinti in Italia non sono stranieri ma cittadini italiani.
Effettivamente però continuano ad essere stranieri per il nostro Stato e per molti dei suoi cittadini.
La presenza di comunità rom in Italia è attestata almeno dal 1400. Nonostante ciò queste persone non hanno mai visto riconosciuta la propria minoranza linguistica nel nostro paese e ancora oggi subiscono una discriminazione sociale e una segregazione spaziale che non ha eguali in Europa. Noi vediamo la minoranza più povera e disperata della popolazione rom e sinta, quella segregata nei ‘campi’, e facciamo quello che in poesia si direbbe sineddoche: prendiamo una parte per il tutto. E poi sforniamo giudizi. In Italia e in Europa le genti rom, sinte, manouches, calos, vivono per la maggior parte in case comuni e fanno le professioni più svariate. Ecco, più che citare un evento citerei una persona: Santino Spinelli, rom abruzzese. Musicista, scrittore, docente universitario.  Prendere coscienza di biografie come la sua aiuta a decostruire qualche stereotipo.

Nei tuoi live rendi spesso omaggio a Eddie Vedder con le musiche del fantastico film Into The Wild, diretto da Sean Penn. Il suo album di debutto da solista è per certi versi molto vicino al tuo. Cosa ti colpisce della sua musica che lo rende unico? Ti ha ispirato in qualche modo?
Quel disco è un capolavoro. Una carezza regalata all’umanità. L’ho ascoltato talmente tanto che in qualche modo deve avermi ispirato per forza… Anche solo per osmosi. Quantomeno me lo auguro.

Il 24 luglio 2014 ti è stato conferito il Premio Beppe Gentile (giunto alla quarta edizione) per l’opera prima Eppur bisogna andare. Parlaci di quest’esperienza.
Beh, ne sono stato onorato. C’erano grandi nomi in giuria (Dario Canossi, Davide Van Der Sfroos, Sulutumana…)  e sapere che artisti di questo calibro hanno voluto premiare la mia opera prima mi ha fatto un enorme piacere.

Oltre ad aver calcato grandi palchi come quello del Sarzana Acoustic Guitar (23 maggio 2013), Festival Acoustic Franciacorta (8 settembre 2013) e Il Tenco Ascolta (15 settembre 2013), lo scorso 18 luglio al Carroponte di Sesto San Giovanni (Milano) hai aperto il concerto del noto gruppo folk rock Bandabardò. Cosa hai provato ad esibirti davanti al grande pubblico del Carroponte?
La Bandabardò è la band italiana che apprezzo di più, da molti anni ormai. Il loro modo di interpretare il live è una stella polare. Dieci anni fa erano già la colonna sonora delle mie estati liceali. Suonare prima di loro e restare con loro a chiacchierare fino a tarda notte è stato un piccolo sogno realizzato. Li ho trovati proprio come me li aspettavo: persone estremamente accoglienti e cordiali rimaste umili nonostante il successo.
E poi certo, il Carroponte è un palco prestigioso. Bella emozione.

Dal 2012 collabori con i Gugoon Shaff, band composta da Omar Ghazouli (chitarra), Angelo Gatti (basso) e Andrea D’Alesio (batteria e percussioni). Il loro genere spazia dal progressive rock, funky, latin/jazz, free jazz fino alla musica araba, alla ricerca della libera espressione di emozioni. Pensi che questa collaborazione possa influenzare le tue prossime composizioni?
I Gugoon Shaff hanno la duttilità necessaria per spaziare tra i generi come io amo fare.
A loro devo molto perché hanno scommesso sul mio progetto anche a costo di mettere spesso in secondo piano il loro.
In particolare Omar Ghazouli è stato determinante nella composizione di diversi brani di Eppur bisogna andare e spero possa esserlo altrettanto per il disco che verrà. Apprezzo molto la sua capacità di spaziare tra culture musicali differenti. Il modo in cui riesce a distillare le contaminazioni arabe, rock, progressive, funky in un suo stile personalissimo di suonare la chitarra, raggiunto attraverso anni di studio e dedizione.

Dopo aver conseguito la Laurea in Scienze Politiche e Scienze del Lavoro con la Specializzazione in Gestione dell’Immigrazione, hai lavorato come Cultore della Materia nel corso del Professor Nando Dalla Chiesa: ‘Sociologia della criminalità organizzata’. Lo scorso aprile hai tenuto il seminario ‘Mafie, immigrazione, prostituzione’ per gli studenti dello stesso corso presso la Facoltà di Scienze Politiche della Statale di Milano. Il Lavoro, l’Immigrazione e la Lotta contro la Mafia e l’Illegalità sono temi che hai a cuore ed emergono anche dai tuoi testi. Vuoi cogliere l’occasione per dare un messaggio ai nostri lettori?
Nessun messaggio in particolare. Io ho molto da imparare e pochissimo da insegnare.
Semplicemente abbraccio forte chiunque stia scegliendo di parteggiare, oggi, in Italia. Chi sceglie l’antimafia, l’antifascismo, l’antirazzismo. Chi ha ancora voglia di approfondire e di evitare lo slogan. Chi protesta e contemporaneamente propone. Chi invece di lamentarsi della crisi, dei politici, dello Stato o del mercato, comincia a chiedersi cosa può fare, a partire da ora, per sé e per gli altri.

Grazie di cuore, sei stato gentilissimo a rilasciarci quest’intervista. È un grande piacere averti conosciuto così a fondo come persona e come artista. Non vediamo l’ora di poter ascoltare il nuovo disco. 

Contatti

Visita il sito ufficiale di Alessandro Sipolo, il profilo Facebook e il canale YouTube.

Eppur bisogna andare è su iTunes, CdBaby e Rhapsody.

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