Infondo è il debut album di Ottavia Brown

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Ottavia Brown e il suo swing tutto italiano per andare Infondo all’anima

Un tuffo in un film noir degli anni ’50, fra notti in bianco e nero e sigarette fumate solo a metà. Quando in cuffia iniziano a risuonare le prime note di “Infondo” (autoprodotto, 2016) e irrompe la voce di Ottavia Brown, a venire alla mente è subito una scena à la Raymond Chandler; Humprey Bogart si staglia sul retro del locale a struggersi d’amore mentre lei è partita in lacrime verso una nuova vita. L’aria del locale, intrisa di scotch e fumo, si riempie del battito jazz di una band infuocata; la notte diventa un vortice di ricordi e sogni, il suo fondo nero come il petrolio diventa la scena viva di un’educazione sentimentale ritmata al suono dello swing.

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Uscito lo scorso 23 settembre, il debut album di Ottavia Brown, nome d’arte della cantautrice e illustratrice bresciana Ottavia Bruno, è un interessante ponte fra illustrazione e melodia musicale. “Nel momento della composizione prima nascono i disegni, poi è da lì che arrivano le mie canzoni” spiega Ottavia, look retrò e aria trasognante che sembra direttamente uscita da una delle sue favole oniriche. Favole che hanno tutto il sapore del dopoguerra, con l’originale direzione artistica curata da Marco Franzoni e l’apporto di un gruppo di musicisti di riconosciuta fama, a partire da Alessandro Asso Stefana, reduce dalle esperienze con Vinicio Capossela e i suoi Guano Padano e attualmente impegnato nella nuova tourné di PJ Harvey. Favole che affondano le proprie radici nello swing italiano, contaminato da venature folk-rock con richiami alle colonne sonore western e pulp, per un concept album che è soprattutto un viaggio musicale ricco di citazioni filmiche e musicali.

La favola noir della Brown ha inizio sulle battute di In una notte (“La notte si alterna al dì, è parte del giorno/senza ritorno, è sempre così”, spazio di riflessione nel quale la consapevolezza delle proprie inquietudini può sviscerarsi senza timori in Donna d’altri tempi (“Ho graffiato tutti i muri, ho mangiato il mio divano/stringo in vita il mio destino mentre cadono le ore”) e in Infondo (“Tocco il fondo del profondo, non riesco a risalire”). Fra fugaci istantanee d’altri tempi (“Cercasi Rodolfo Valentino, volava lo striscione nella pioggia/loro si mordevano impazienti, il sogno di sognare solo un po’”) e squarci di luce abbacinanti (“E mi fotografavi, dicevi sorridi e guarda qui/e mi gridavi forte non pensare mai alla morte”), Infondo ha il sapore di un lento risveglio da una lunga notte in bianco e nero.

 

La raffinata voce della songwriter, affabulatrice di ammalianti invettive d’amore e di malinconia siderale, accompagna l’ascoltatore nel suo personale universo di favole di carta, ora disegnate ora cantate, che come nei libri per l’infazia prendono vita e si animano in un voltare di pagina, gonfiandosi improvvisamente di vita per poi cedere al successivo volteggiare. Scorrendo il ricco booklet del disco, vero e proprio oggetto d’arte, emerge il dialogo fra la vita e la morte (la maschera della Muerte, che ossessionò il regista Ėjzenštejn durante la sua fase messicana), fra la stabiltà e l’irrequietezza di nuovi viaggi materiali e interiori, mentre tutto intorno aleggiano cuori nascosti nella foresta, antiche lanterne popolate di farfalle, una vecchia radio (un omaggio al dimenticato Alberto Rabagliati, swing man degli anni 50) e rose dalle spine profonde: una complessa costellazione di simboli e umori, tipico della formula narrativa propria delle favole, per raccontare una storia sospesa tra realtà e sogno. “Torna da me tu che sei un poeta” canta la Brown in chiusura dell’album nella bellissima Il cacciatore, richiamando un’ultima volta al potere dell’incantamento, al ritorno a un’esistenza volta dalla bellezza.

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