Dietro le linee nemiche: Un Beach Boys a Londra

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Moon e Johnston

In una sera del maggio 1966, Paul McCartney e John Lennon vedono piombare nel club di Londra, nel quale si sono rintanati, un trafelato ed eccitatissimo Keith Moon. Il batterista dei The Who vuole che i due Beatles lo seguano: Bruce Johnston, l’ultimo acquisto dei Beach Boys, è arrivato da pochi giorni nella City e vorrebbe conoscerli. Moon, fan sfegatato degli eroi del surf rock, appena saputo che uno dei suoi idoli era in Inghilterra, era subito corso ad incontrarlo. Era diventato l’ombra di Johnston: assecondando il suo desiderio di assaporare che aria tirava nella rocca della British Invasion, gli aveva fatto da guida, portandolo a vedere la città e a godersi un po’ dello splendore della già allora mitica Swingin’ London; era persino riuscito a duettare insieme a lui in concerto, trascinandolo sul palco di una festa in una scuola cattolica femminile. Ansioso di impressionarlo, come pezzo forte del tour della vecchia Londra aveva infine promesso di portargli le due menti dei Beatles, aveva lasciato il losangelino al suo albergo ed era immediatamente corso a cercarli.
Il batterista non ha bisogno di insistere troppo, per convincere Lennon e McCartney ad andare con lui: la prospettiva dell’incontro è molto intrigante. Fino allora i Beach Boys non avevano mai messo piede in suolo britannico; tra le due band c’era una forte competizione, ma anche molta stima reciproca, e Paul e John avevano già saputo pescare qualche trucchetto interessante dalle onde californiane. Con enorme curiosità i due si fanno quindi condurre al Waldorf Hilton, uno dei più lussuosi hotel di Londra.
Johnston, già abituato alle smargiassate di Keith, resta molto sorpreso quando, aprendo la porta della suite che gli ha procurato l’addetto all’ufficio stampa dei Beatles, Derek Taylor, da poco assunto anche dai Beach Boys, si trova davvero i due di fronte. Alcune partite a carte e qualche birra più tardi, Bruce tira fuori dalla valigia una copia fresca di stampa di Pet Sounds, chiedendo ai ragazzi se hanno voglia di ascoltare il disco in anteprima. La proposta viene ovviamente accolta con entusiasmo, e il piccolo mangiadischi portatile dell’albergo inizia a cantare la melodia di mandolino che introduce Wouldn’t It Be Nice.
L’ascolto lascia John e Paul esterrefatti. Appena la puntina si solleva dal solco del disco, i due incantati si complimentano, chiedendo di poter sentire nuovamente l’album. Con un misto di sincera ammirazione e timore McCartney non esita a definire God Only Knows “la più grande canzone mai scritta”. Successivamente ricorderà di aver pensato tra sé “Povero me, questo è l’album migliore di tutti i tempi. Cosa faremo adesso?”. Anche Keith Moon si dice entusiasta, cercando di nascondere la sua reale delusione. D’altro canto era un grandissimo fan della cultura del surf e dello stile Beach Boys – gioventù scatenata, belle ragazze e feste -, ormai totalmente scomparso.
Dopo l’ennesimo ascolto, McCartney e Lennon si alzano quasi di comune accordo, dirigendosi al pianoforte della camera. Parlottando tra di loro a bassa voce, suonano qualche accordo, facendosi dei cenni d’assenso. Porgendo nuovamente le proprie congratulazioni, si congedano frettolosamente. Leggenda vuole che i due, sovraeccitati e ispirati dal geniale disco, siano andati subito in studio a modificare le armonie vocali di Here, There and Everywhere, brano con aperti richiami all’opera di Wilson, incluso nel loro ultimo album già in fase di registrazione, Revolver. Per la vera risposta dei Beatles però bisognerà attendere il primo giugno dell’anno seguente, quando uscirà il loro capolavoro, Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band; un tentativo di eguagliare Pet Sounds – e che senza questo album non sarebbe esistito, come ammesso dal produttore George Martin – che riuscirà invece ad alzare l’asticella a un livello praticamente irraggiungibile.

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